
L’approvazione della Legge di Bilancio 2026 si è chiusa dopo un iter parlamentare particolarmente complesso, segnato da ripensamenti, emendamenti ritirati e interventi riscritti in extremis.
Il risultato finale non è una riforma organica del sistema previdenziale, ma un insieme di scelte che, lette nel loro complesso, delineano comunque una traiettoria piuttosto chiara.
Sul fronte della previdenza pubblica, il Governo ha scelto la strada della continuità prudente, limitandosi a interventi correttivi, con l’obiettivo dichiarato di tenere sotto controllo la spesa pensionistica nel medio-lungo periodo.
Sul versante della previdenza complementare, invece, la manovra 2026 segna un passaggio molto più profondo di quanto possa apparire a una prima lettura, introducendo modifiche destinate a incidere strutturalmente sui fondi pensione italiani.
Il paradosso è che, mentre viene cancellata una delle poche aperture verso una pensione “anticipata” combinata tra pensione pubblica e privata, proprio la previdenza complementare viene investita di nuove funzioni e aspettative.
Ed è su questa apparente contraddizione che vale la pena soffermarsi inizialmente.
Pensioni pubbliche: un sistema che cambia poco, ma diventa sempre più selettivo
La prima impressione che emerge dal testo definitivo della manovra è quella di un sistema pensionistico pubblico che resta sostanzialmente ancorato all’impianto vigente.
La Legge di Bilancio 2026 mantiene infatti in vigore il principio dell’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’andamento della speranza di vita, sebbene negli ultimi anni fosse rimasto “bloccato”, ma ne attenua l’impatto nel breve periodo. L’incremento previsto non scatterà in modo immediato:
- nel 2027 l’aumento sarà di 1 solo mese
- soltanto dal 2028, con l’aggiunta di ulteriori 2 mesi, troverà piena applicazione l’adeguamento complessivo a 3 mesi.
Nel nostro articolo sulle pensioni per il triennio 2026-2028 abbiamo approfondito in che modo tale incremento inciderà sui requisiti di accesso delle diverse finestre pensionistiche, facendo chiarezza su come si andrà in pensione da quest’anno.
La scelta di limitare a un solo mese l’aumento previsto per il 2027 e di rinviare al 2028 l’entrata a regime dei 3 mesi complessivi ha un valore più politico che strutturale.
Serve a evitare uno “scalone” immediato, ma non mette in discussione il principio di fondo: l’età pensionabile e l’anzianità contributiva continueranno a crescere in funzione dell’evoluzione demografica e, in particolar modo, dell’andamento dell’aspettativa di vita nel nostro Paese.
È, senz’altro, una scelta coerente con l’obiettivo di sostenibilità finanziaria, ma che accentua la distanza tra chi ha carriere lunghe e stabili e chi, invece, ha percorsi lavorativi frammentati, discontinui o iniziati tardi. In questo senso, la conferma delle deroghe per i lavori gravosi e usuranti rappresenta più una misura di equità correttiva che un vero elemento di flessibilità del sistema.
Ancora più significativa, sul piano sia simbolico che pratico, è la decisione di non rinnovare Opzione Donna e Quota 103.
Resta l’APE sociale, che però continua a rivolgersi a platee specifiche e con requisiti stringenti. Non è una vera alternativa per la maggioranza dei lavoratori, ma piuttosto una misura di protezione per situazioni di fragilità.
La stagione delle misure sperimentali di pensionamento anticipato generalizzato sembra definitivamente chiusa.
Il segnale che emerge dal testo della manovra è inequivocabile: non vi sono più margini finanziari per discostarsi in modo significativo dall’impianto delineato dalla Riforma Fornero.
Per questo, date le premesse, c’è una decisione che colpisce per la sua brusca inversione di rotta: l’abrogazione, in legge di bilancio, della possibilità di utilizzare la rendita del fondo pensione per raggiungere la soglia richiesta dalla pensione anticipata contributiva.
La misura, introdotta nella precedente manovra 2025, rappresentava un primo tentativo di integrazione concreta tra pensione pubblica e previdenza complementare.
Consentiva, infatti, ai lavoratori contributivi “puri”, cioè coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 1995, di utilizzare il risparmio accumulato nel fondo pensione per raggiungere i requisiti richiesti dalla pensione anticipata contributiva. Questa finestra è aperta per chi, oggi ha:
- 67 anni di età
- almeno 20 anni di contributi
- e può vantare un importo della pensione annua pari almeno a 3 volte l’assegno sociale Nel 2026 l’assegno sociale vale 7.101,12€, quindi l’importo pensionistico necessario oggi è 21.303,36 € annui.
Per arrivare a un livello di pensione di questo tipo è necessario disporre di un montante contributivo superiore ai 400.000 €, il che presuppone, a grandi linee, una RAL (Retribuzione Annua Lorda) media nell’arco dell’intera carriera pari a circa 35.000 €. Un traguardo tutt’altro che scontato e non alla portata di tutti.
Proprio per questo la manovra 2025 aveva previsto la possibilità di includere, nel calcolo del requisito economico minimo, anche il valore della rendita teorica maturata presso il fondo pensione.
Una soluzione pensata per offrire, a chi intendeva pianificare per tempo il proprio percorso previdenziale, uno strumento in più per programmare l’uscita dal lavoro con maggiore certezza e prevedibilità.
La sua cancellazione, arrivata a distanza di appena un anno e in assenza del necessario decreto attuativo, rappresenta una scelta di netta discontinuità sul piano politico.
Pur a fronte delle dichiarazioni del ministro Giorgetti, che non ha nascosto il proprio rammarico per il mancato riconoscimento delle potenzialità della misura da parte della maggioranza, l’intervento appare come un’occasione persa sotto il profilo della coerenza complessiva del sistema.
Una decisione che sembra inoltre riflettere una limitata attenzione verso le trasformazioni in atto nel panorama previdenziale italiano e, soprattutto, verso le esigenze delle generazioni più giovani.
Previdenza complementare: da strumento accessorio a pilastro strutturale
Sul versante della previdenza complementare, il percorso della Legge di Bilancio 2026 è stato quantomeno atipico.
Nella prima bozza della manovra il tema veniva sfiorato solo marginalmente, limitandosi a un intervento circoscritto sull’ampliamento dell’universo degli investimenti dei fondi pensione, con particolare riferimento alle infrastrutture.
Successivamente, il maxi-emendamento presentato dal Governo ha invece cambiato radicalmente prospettiva, arrivando di fatto a ridisegnare una parte rilevante dell’assetto della previdenza complementare così come lo abbiamo conosciuto finora.
Se l’innalzamento della soglia massima di deducibilità annua, passata dagli storici 5.164,57 € a 5.300 €, insieme all’aggiornamento dei meccanismi di extra deducibilità per i lavoratori più giovani, ha senz'altro aggiornato una soglia ferma da vent’anni, sono in realtà altri gli interventi destinati ad avere l’impatto più significativo sul mercato e sulle possibilità offerte dai fondi pensione.
Per cogliere appieno la reale portata di queste innovazioni sarà necessario attendere i chiarimenti applicativi che la COVIP, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, è chiamata a emanare nei prossimi mesi su impulso dell’Esecutivo.
In questa fase, tuttavia, è già possibile soffermarsi su alcuni elementi chiave e iniziare ad analizzarli nel merito.
Portabilità del contributo datoriale
La manovra 2026 interviene sul decreto legislativo 252/2005 ampliando in modo significativo la libertà di scelta del lavoratore.
In caso di trasferimento della posizione da un fondo pensione negoziale o da una forma individuata dagli accordi aziendali che preveda il contributo datoriale, al lavoratore viene riconosciuto il diritto a continuare a beneficiare della contribuzione futura del datore di lavoro, superando il vincolo che la limitava alle sole forme collettive di origine.
Questo diritto potrà essere esercitato anche scegliendo fondi finora esclusi, come i fondi aperti (FPA) e i piani individuali pensionistici (PIP), ampliando in modo significativo le possibilità di gestione del proprio risparmio previdenziale.
Si tratta di un cambiamento di portata rilevante, destinato ad aumentare in modo significativo la libertà di scelta dell’iscritto e l’effettiva fruibilità della contribuzione prevista dal contratto di lavoro.
Al tempo stesso, questa maggiore libertà impone una valutazione attenta delle caratteristiche dei diversi prodotti presenti sul mercato, in particolare sul fronte dei costi di gestione, che possono incidere in misura non trascurabile sul capitale finale accumulato al momento del pensionamento.
Analizzare con attenzione i costi fissi e variabili dei singoli fondi pensione, così come le commissioni di gestione sul patrimonio, e saper interpretare correttamente l’ISC (Indicatore Sintetico di Costo) sarà sempre più cruciale per il risparmio previdenziale.
La stessa COVIP sottolinea l’impatto concreto di questi costi: un ISC del 2% rispetto a uno dell’1% può ridurre il capitale accumulato dopo 35 anni di partecipazione al fondo di circa il 18%. In altre parole, se con un ISC dell’1% il capitale finale fosse pari a 100.000 €, con un ISC del 2% scenderebbe a circa 82.000 €, con una perdita di 18.000 € dovuta esclusivamente ai costi.
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Va sottolineato che, al momento, in assenza delle istruzioni operative della COVIP, la portabilità del contributo datoriale non è ancora attiva. È quindi importante restare aggiornati: segui il nostro blog per non perdere eventuali novità e chiarimenti futuri.
Iscrizione automatica al fondo pensione per i neo assunti
Per i lavoratori di “prima assunzione”, cioè coloro che inizieranno per la prima volta un rapporto di lavoro nel 2026, è prevista l’iscrizione automatica al fondo pensione indicato dal contratto collettivo nazionale o dagli accordi territoriali o aziendali.
Oltre al meccanismo in sé, ispirato al modello già adottato nel settore pubblico, emergono altri aspetti di particolare rilievo:
- Attivazione completa delle fonti di contribuzione: con l’iscrizione automatica confluiscono nel fondo TFR, contributo datoriale e contributo minimo del lavoratore;
- Comparto di destinazione life cycle: il fondo di riferimento adotterà una gestione automatica che adegua progressivamente il profilo di rischio del portafoglio in funzione del tempo che separa l’aderente dal pensionamento;
- Possibilità di scelte alternative entro 60 giorni: il lavoratore può indicare un altro fondo pensione o decidere di lasciare il TFR in azienda.
Questa soluzione offre la concreta opportunità di prendere in mano la gestione del proprio TFR fin dalla prima occupazione, valutando in anticipo le implicazioni sul futuro pensionistico.
Molto probabilmente, tale impostazione si applica anche con riferimento ai lavoratori non “di prima occupazione”, cioè coloro che hanno già avviato il proprio percorso lavorativo e cambiano azienda: se entro 60 giorni dall’assunzione non fornisce indicazioni chiare sulla gestione del suo TFR, il lavoratore viene iscritto al fondo pensione di riferimento e iniziano i versamenti di tutte le componenti contributive previste (TFR, contributo datoriale e contributo del lavoratore).
Con riferimento ai lavoratori di “prima occupazione”, sarebbe stato auspicabile replicare completamente il modello già sperimentato nel pubblico impiego, in cui il lavoratore può comunicare l’opzione di recesso direttamente sul sito del fondo tramite SPID o carta d’identità digitale, senza dover passare dall’azienda.
In ogni caso, in questo nuovo contesto, le aziende assumono un ruolo sempre più centrale: la manovra 2026 prevede obblighi informativi chiari per i datori di lavoro, tra cui la spiegazione di:
- gli accordi collettivi applicabili in materia di previdenza complementare;
- il funzionamento dell’adesione automatica;
- la forma pensionistica destinataria;
- le alternative disponibili;
- le tempistiche entro cui esercitare le diverse opzioni.
Ciao Elsa pone da sempre al centro della propria attività l’informazione chiara e accessibile. Per questo auspichiamo che questo momento di formazione non si riduca a un mero adempimento burocratico, con la semplice consegna di documenti e la compilazione del modello TFR2.
Per questo abbiamo sviluppato Ciao Elsa Aziende, un servizio pensato per supportare le imprese nell’analisi del contesto aziendale e nell’individuazione della soluzione più adatta, sia dal punto di vista fiscale e organizzativo, sia nell’ottica del benessere previdenziale dei dipendenti.
Nuove prestazioni finali al pensionamento
La revisione delle prestazioni finali del fondo pensione risponde senz’altro a una domanda reale di maggiore flessibilità e liquidità al momento del pensionamento. Ne abbiamo parlato in modo approfondito nel nostro articolo riguardo i cambiamenti di capitale e rendita dopo la Legge di Bilancio 2026.
In questa sede ci limitiamo a evidenziare alcune possibili criticità.
Da un lato, la possibilità di evitare l’attivazione della rendita vitalizia costituisce un’apertura significativa per quei lavoratori che finora, non comprendendo probabilmente appieno le potenzialità dello strumento, avevano rinunciato ad aderire a un fondo pensione per il timore di non poter recuperare in modo certo l’intero capitale accumulato.
Dall’altro, l’introduzione di tre nuove prestazioni, di cui una soggetta a un regime fiscale differente, rischia di generare confusione tra gli iscritti, soprattutto tra coloro che non dispongono degli strumenti necessari per valutarle con attenzione.
Questo rischio diventa ancora più concreto al momento del pensionamento: l’iscritto sarà effettivamente in grado di individuare l’opzione più vantaggiosa, sia sotto il profilo economico sia fiscale?
Il pericolo evidente è che un maggior numero di prestazioni si traduca, in assenza di un’adeguata educazione finanziaria, in decisioni subottimali, con un impatto diretto sul capitale accumulato e sulla qualità della pensione futura.
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Due sistemi separati ma sempre più interconnessi
Nel complesso, la Legge di Bilancio 2026 conferma un sistema previdenziale in evoluzione: da un lato, una previdenza pubblica che continua a garantire una base di tutela, ma sempre più vincolata da regole rigide; dall’altro, una previdenza complementare che diventa il vero terreno in cui si gioca la qualità del reddito pensionistico futuro.
Il percorso parlamentare che ha portato all’approvazione della manovra, caratterizzato da interventi riscritti in extremis, dimostra che non si è trattato di una riforma organica del sistema previdenziale, ma di un insieme di scelte settoriali che, considerate nel loro insieme, delineano comunque una traiettoria chiara.
Sul fronte pubblico, il Governo ha privilegiato la continuità, intervenendo con correttivi mirati per garantire il controllo della spesa pensionistica nel medio-lungo periodo.
Sul versante complementare, invece, le novità sono più profonde: la previdenza integrativa viene chiamata a un ruolo strutturale sempre più centrale, con nuove regole che ampliano le possibilità di scelta degli iscritti.
Questa maggiore libertà porta con sé opportunità, ma anche rischi concreti se non adeguatamente gestita.
Al sistema dei fondi pensione è richiesto un salto di qualità significativo, in particolare sul fronte della consulenza e dell’informazione, per garantire che gli iscritti possano prendere decisioni consapevoli e tutelare efficacemente il proprio futuro previdenziale.
In sintesi, la manovra 2026 non rappresenta una riforma strutturale, ma segna un punto di non ritorno: il futuro previdenziale sarà sempre meno determinato per legge e sempre più costruito, nel bene e nel male, dalle scelte individuali.

