
Parlare di pensione oggi non è più un esercizio teorico o lontano nel tempo. È una necessità concreta, soprattutto per chi lavora con contratti discontinui, come i lavoratori somministrati.
In questo contesto, comprendere davvero come sarà la propria futura pensione e conoscere le opportunità offerte dalla previdenza complementare non rappresenta un’opzione accessoria, ma una leva fondamentale per costruire una solida sicurezza economica nel lungo periodo.
Partiamo dalle basi.
Dal 1996, il sistema pensionistico italiano si basa quasi interamente sul metodo di calcolo contributivo: questo significa che l’importo della pensione dipende direttamente dai contributi versati nel corso della vita lavorativa.
Più si versa, più si riceverà.
Al contrario, carriere discontinue, periodi di inattività o redditi bassi producono inevitabilmente una pensione più bassa.
Per un lavoratore somministrato, questo tema è ancora più rilevante. I rapporti di lavoro possono essere brevi, intervallati da periodi di inattività, e questo si traduce in una contribuzione frammentata.
Anche laddove si lavori per un periodo di tempo più lungo, la somma dei contributi può risultare inferiore rispetto a quella di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato.
Il quadro pensionistico è poi abbastanza chiaro: il cosiddetto “tasso di sostituzione”, cioè il rapporto tra l’ultima retribuzione percepita e il primo assegno pensionistico, è destinato a ridursi in modo significativo.
Oggi, anche per chi può contare su una carriera stabile e priva di interruzioni contributive, le stime più comuni indicano una pensione pari a circa il 60% dell’ultimo stipendio.
Per i lavoratori con carriere discontinue o caratterizzate da periodi di inattività, il dato diventa ancora meno favorevole.
In questo contesto, la previdenza complementare rappresenta una risposta concreta e sempre più importante. Non ha la funzione di sostituire il sistema pensionistico pubblico, ma di costruire nel tempo una forma di risparmio aggiuntivo capace di contribuire al mantenimento del proprio tenore di vita una volta terminata l’attività lavorativa.
E se ti stai chiedendo “sì, vabbè, ma con che soldi?”, dacci fiducia, te lo spieghiamo nelle prossime righe.
Cos’è un fondo pensione e cosa si può versare
Prima di partire, piccolo approfondimento per chi si sta approcciando ora per la prima volta al tema. In Italia, esistono principalmente tre tipi di fondi pensione, ciascuno con caratteristiche specifiche.
- I fondi negoziali (o di categoria) sono istituiti attraverso la contrattazione collettiva tra sindacati e associazioni datoriali. Sono legati a specifici settori e spesso presentano costi contenuti e condizioni vantaggiose. Ad oggi, garantiscono il contributo datoriale, un aspetto che approfondiremo tra poco in questo articolo.
- I fondi aperti sono promossi da banche, assicurazioni e società di gestione del risparmio. Sono accessibili a tutti, indipendentemente dal settore lavorativo.
- I PIP (Piani Individuali Pensionistici) sono prodotti assicurativi individuali, spesso caratterizzati da costi medi più elevati e dalla presenza di un consulente dedicato.
Il loro funzionamento è relativamente semplice: durante la vita lavorativa, l'iscritto versa delle risorse al fondo pensione che vengono poi investite nei mercati finanziari secondo la linea d’investimento da lui scelta.
Al momento del pensionamento, il capitale accumulato può essere trasformato in una rendita, una sorta di “seconda pensione” che si affianca a quella pubblica, oppure essere erogato in forma di capitale, secondo le regole previste.
In entrambi i casi, l’obiettivo rimane lo stesso: offrire al lavoratore un risparmio aggiuntivo su cui poter contare oltre alla prestazione erogata dall’INPS, contribuendo così a garantire una maggiore stabilità del reddito nella fase post-lavorativa.

Ma cosa si versa esattamente in un fondo pensione? Possiamo distinguere tre principali componenti:
- Versamenti volontari
Si tratta di risorse personali dell’iscritto e, come suggerisce il nome, sono completamente volontarie: possono essere sospese, ridotte o aumentate in qualsiasi momento. Hanno inoltre un importante vantaggio fiscale, perché sono deducibili fino a un massimo di 5.300 € annui. In pratica, su questi importi non si paga l’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, che è progressiva e varia in base al reddito.

Per semplificare, i versamenti volontari al fondo pensione sono “esentasse” in fase di contribuzione e vengono tassati solo al momento della prestazione, con un’aliquota agevolata che, al massimo, è pari al 15%. Dopo 15 anni di iscrizione, questa percentuale si riduce dello 0,3% per ogni anno aggiuntivo, fino a raggiungere un minimo del 9% dopo 35 anni di partecipazione.
Facciamo un esempio: se un lavoratore si iscrive subito alla previdenza complementare, fin dalla prima occupazione, oggi non paga tra il 23% e il 43% di IRPEF sui versamenti effettuati. Al momento del pensionamento, invece, potrebbe essere tassato solo al 9%.
- TFR (Trattamento di Fine Rapporto)
Il TFR rappresenta uno degli elementi chiave nella costruzione della pensione complementare. Ogni anno il datore di lavoro accantona una quota pari al 6,91% della retribuzione lorda che non viene riconosciuta subito al lavoratore, ma viene erogata alla cessazione del rapporto di lavoro.
Il lavoratore può scegliere se lasciare il TFR in azienda oppure destinarlo a un fondo pensione, e questa decisione ha conseguenze rilevanti.
Lasciando il TFR in azienda, si ottiene una rivalutazione definita per legge (ogni anno 1,5% fisso più il 75% dell’inflazione) ma, al momento della liquidazione, la tassazione si basa sulla media IRPEF degli ultimi 5 anni, risultando spesso meno conveniente (min. 23% - max. 43%).
Destinando invece il TFR a un fondo pensione, si accede a una gestione finanziaria con un profilo di rischio/rendimento variabile e a una tassazione agevolata che, come visto, può arrivare fino al minimo del 9%.
Con il fondo pensione, il TFR non viene liquidato automaticamente a ogni cambio di lavoro, ma è il lavoratore che sceglie se mantenerlo ancora investito, continuando così a maturare anzianità utile a ridurre ulteriormente la tassazione finale, oppure riscattarlo.
Sfatiamo infatti un falso mito: con la fine del contratto, l’iscritto al fondo pensione che può contare almeno un giorno di inoccupazione può ritirare il suo fondo pensione prima del pensionamento, ma in quest’ultimo caso la tassazione applicata non è agevolata e si applica un’aliquota pari al 23%, simile a quella del regime ordinario.
- Contributo datoriale
Si tratta di un versamento aggiuntivo da parte del datore di lavoro, calcolato in percentuale sulla retribuzione, generalmente sulla RAL o sul minimo tabellare, versato direttamente nel fondo pensione del lavoratore.
In Ciao Elsa lo definiamo spesso “soldi gratis”, perché rappresenta un importo aggiuntivo che si somma ai tuoi versamenti e al TFR. Anche se l’entità varia in base al contratto e al fondo, si tratta spesso di diverse centinaia di euro all’anno. Se non si aderisce al fondo pensione, questo contributo viene perso.

Lavoratori somministrati: come ottenere il contributo datoriale
Se sei un lavoratore in somministrazione, il primo requisito per ottenere il contributo datoriale è destinare il tuo TFR maturando a un fondo pensione. Se, infatti, il TFR viene lasciato in azienda, non hai diritto a questa forma di contribuzione aggiuntiva.
Non solo.
Il contributo datoriale è generalmente previsto per gli iscritti ai fondi pensione negoziali individuati dai CCNL (Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro), oppure nei fondi pensione aperti con i quali l’azienda (nel caso specifico, l’agenzia interinale è il tuo datore di lavoro) abbia eventualmente sottoscritto un accordo di secondo livello.
Il CCNL principale applicato ai lavoratori in somministrazione è quello specifico delle Agenzie per il Lavoro (APL), che disciplina anche la previdenza complementare, individuando in Fon.Te. il fondo pensione negoziale di riferimento per questo settore.
Si tratta del fondo dedicato al comparto del terziario, commercio, turismo e servizi e comprende anche il lavoro in somministrazione.
Di conseguenza, anche se sei inserito in un’azienda che applica un CCNL diverso, ai fini della previdenza complementare il riferimento resta quello previsto dal tuo contratto di lavoro in somministrazione, indipendentemente dal settore dell’impresa presso cui presti servizio.
Per fare un esempio, se una lavoratrice è in somministrazione presso un’azienda del settore tessile, il fondo pensione negoziale di riferimento resta Fon.Te. e non Previmoda, che invece è il fondo di categoria previsto per i dipendenti diretti dell’azienda stessa.
L’adesione a questo fondo consente non solo di destinare il TFR, ma anche di beneficiare di un sistema contributivo particolarmente vantaggioso, grazie al ruolo della bilateralità di settore.
Infatti, per i lavoratori somministrati, la contribuzione non è limitata al solo “contributo datoriale”, ma viene integrata da enti bilaterali come Ebitemp.
Fondo Fon.Te.: contributo datoriale e meccanismo della bilateralità
Un aspetto peculiare della previdenza complementare per i lavoratori somministrati è proprio il livello di contribuzione.
Secondo quanto previsto dai CCNL, la struttura contributiva è articolata in più componenti.
La prima è la contribuzione base, pari a
- TFR maturando
- 1% volontario del lavoratore, calcolato sulla retribuzione utile al calcolo del TFR
- 1% a carico del datore di lavoro, calcolato sulla retribuzione utile al calcolo del TFR.
A questa si aggiunge una contribuzione integrativa, finanziata dalla bilateralità e versata direttamente da Ebitemp che replica la contribuzione base e quindi, in sostanza, aggiunge un ulteriore 2%.
Facciamo un esempio: un lavoratore interinale con una retribuzione lorda mensile di 1.600 €, con contratto a tempo determinato per 4 mesi, otterrebbe nel fondo pensione:
- 442 € di TFR
- 128 € di contribuzione base (1% a carico del lavoratore + 1% a carico dell’azienda)
- 128 € di contributo integrazione (2% a carico di Ebitemp).
Risparmiando volontariamente 64 € in 4 mesi (1% volontario = 16 € al mese), otterrebbe nel fondo pensione 698 € (442 € + 128 € + 128 €).
E non finisce qui.
Per i lavoratori a tempo determinato con durata del contratto inferiore a 334 giorni (poco meno di 1 anno), è previsto anche un ulteriore contributo aggiuntivo forfettario, sempre in capo a Ebitemp, che varia in base alla durata delle missioni (periodo durante il quale il lavoratore assunto da un'agenzia per il lavoro svolge la propria attività lavorativa presso un'azienda terza):
- 320 € per missioni fino a 104 giorni
- 160 € tra 105 e 164 giorni
- 100 € tra 165 e 334 giorni
Tornando all’esempio precedente, per il lavoratore a contratto determinato a 4 mesi, i contributi versati al fondo sono:
- 442 € di TFR
- 128 € di contribuzione base (1% a carico del lavoratore + 1% a carico dell’azienda)
- 128 € di contributo integrazione (2% a carico di Ebitemp).
- 160 € di contributo aggiuntivo forfettario
Per un totale di 858 €.
Questo significa che, anche in presenza di carriere discontinue, il lavoratore somministrato può beneficiare di un accumulo previdenziale significativo.
Ricordiamo poi che il fondo pensione può essere utilizzato anche prima del pensionamento:
- alla cessazione del rapporto di lavoro con l’agenzia di somministrazione, è possibile richiedere il riscatto, chiudendo il fondo pensione e ottenendo gli importi direttamente in conto corrente (tassazione fissa al 23%)
- è possibile richiedere anticipazioni: la normativa ne prevede tre
- anticipazione per spese mediche, disponibile sempre e fino al 75% del capitale contenuto;
- anticipazione per la prima casa, disponibile dopo 8 anni di adesione al fondo e fino al 75% del capitale contenuto;
- anticipazione per qualunque motivo, disponibile dopo 8 anni di adesione al fondo e fino al 30% del capitale contenuto.
- in caso di decesso, gli importi vengono riconosciuti agli eredi o ai soggetti indicati dal lavoratore come beneficiari. Anche in questo caso, viene riconosciuta la tassazione finale del 15-9%.

TFR in azienda o al fondo pensione: cosa cambia per i somministrati
Arriviamo quindi alla domanda iniziale: conviene lasciare il TFR in azienda o destinarlo al fondo pensione?
Per i lavoratori somministrati, la risposta tende a essere più orientata rispetto alla media dei lavoratori.
Lasciare il TFR in azienda significa rinunciare non solo a una tassazione potenzialmente più favorevole, ma soprattutto ai contributi aggiuntivi del datore di lavoro e della bilateralità se si valuta l’iscrizione al fondo Fon.Te.
È proprio questo elemento a fare la differenza.
Questo non significa che il fondo pensione sia sempre la scelta migliore in assoluto. Esistono casi in cui una bassa propensione al rischio può portare a preferire il TFR in azienda anche se, lo ricordiamo, è l’iscritto che sceglie la propria linea d’investimento.
Tuttavia, per chi ha carriere discontinue, la previdenza complementare rappresenta spesso una delle poche leve efficaci per migliorare la propria pensione futura in un sistema pensionistico, come quello italiano, nel quale il metodo di calcolo contributivo penalizza la discontinuità lavorativa.
Ignorare questi strumenti significa accettare un futuro previdenziale più incerto: al contrario, comprenderli e utilizzarli consapevolmente permette di costruire, passo dopo passo, una maggiore sicurezza economica per il domani.


