
La portabilità del contributo datoriale è una delle novità più discusse introdotte dalla Legge di Bilancio 2026 in materia di previdenza complementare.
La nuova disciplina consentirebbe ai lavoratori dipendenti di continuare a ricevere il contributo del datore di lavoro anche dopo il trasferimento della posizione da un fondo pensione negoziale a un fondo pensione aperto o a un PIP.
L’entrata in vigore della riforma, inizialmente prevista per il 1° luglio 2026, è stata però rinviata al 31 ottobre 2026. Restano inoltre da definire le modalità operative attraverso le istruzioni della COVIP.
A che punto sono le novità dei fondi pensione introdotte nel 2026?
La Legge di Bilancio 2026 ha modificato il D.Lgs. 252/2005, intervenendo su quattro aspetti principali della previdenza complementare:
- il nuovo limite massimo di deducibilità;
- l’adesione automatica per i lavoratori alla prima assunzione;
- le nuove modalità di erogazione delle prestazioni;
- la portabilità del contributo datoriale.
Se cerchi una panoramica completa della riforma, puoi consultare la nostra guida dedicata alle novità dei fondi pensione 2026. In questo articolo ci concentriamo invece esclusivamente sul contributo del datore di lavoro e sulla possibilità di mantenerlo in caso di trasferimento verso un altro fondo pensione.
Quali novità sono già operative?
La situazione aggiornata è la seguente:
- Nuovo limite di deducibilità. L’aumento da 5.164 € a 5.300 € è già operativo ed è applicabile dall’anno fiscale 2026.
- Adesione automatica. Il nuovo meccanismo è attivo dal 1° luglio 2026 e sostituisce la precedente adesione tacita tramite silenzio-assenso, rimasta in vigore fino al 30 giugno 2026.
- Nuove prestazioni pensionistiche. Sono già operative due delle tre nuove modalità di erogazione previste dalla riforma.
- Portabilità del contributo datoriale. L’entrata in vigore, inizialmente prevista per il 1° luglio 2026, è stata rinviata al 31 ottobre 2026. Entro quella data sono attese le istruzioni operative della COVIP.
La portabilità del contributo datoriale resta quindi un tema ancora in fase di definizione. Per comprenderne la portata è necessario partire dal funzionamento attuale del contributo del datore di lavoro e confrontarlo con quanto previsto dalla riforma del 2026.
Come funziona il contributo del datore di lavoro nel fondo pensione?
Il contributo del datore di lavoro (o contributo datoriale) è una somma aggiuntiva che l'azienda versa direttamente nel tuo fondo pensione.
L'importo varia in base al CCNL applicato ed è generalmente espresso come percentuale della retribuzione.
Noi di Ciao Elsa lo chiamiamo "soldi gratis", perché rappresenta a tutti gli effetti una quota aggiuntiva della tua retribuzione che puoi ottenere solo aderendo alla previdenza complementare.
Quando hai diritto al contributo del datore di lavoro?
Per ricevere il contributo dell'azienda non è sufficiente destinare il TFR al fondo pensione.
Nella maggior parte dei casi è necessario anche versare un contributo minimo volontario previsto dal contratto collettivo.
Solo partecipando attivamente al fondo pensione puoi beneficiare anche della quota aggiuntiva versata dal datore di lavoro.
Vediamo un esempio.

Prendiamo il caso di un lavoratore assunto con il CCNL Terziario-Commercio, con una retribuzione annua di riferimento pari a 30.000 €.
Per ottenere il contributo del datore di lavoro deve:
- destinare il proprio TFR al fondo pensione Fon.Te;
- versare almeno 165 € all'anno di contributo personale (pari allo 0,55% della Retribuzione di riferimento);
- ricevere dal datore di lavoro un contributo annuo di 465 €, (pari all'1,55% della Retribuzione di riferimento).
Quanto può valere il contributo del datore di lavoro nel tempo?
Se questo lavoratore aderisse al fondo pensione fin dall'inizio della carriera, il contributo aggiuntivo versato dall'azienda ammonterebbe complessivamente a:
- 4.650 € dopo 10 anni;
- 9.300 € dopo 20 anni;
- 13.950 € dopo 30 anni;
- 18.600 € dopo 40 anni.
In questo esempio non vengono considerati né i rendimenti maturati nel tempo, né gli eventuali aumenti della retribuzione, che farebbero crescere anche l'importo del contributo datoriale.
Naturalmente si tratta di un esempio riferito al CCNL Terziario-Commercio.
Gli altri contratti collettivi prevedono percentuali differenti e, in alcuni casi, utilizzano basi di calcolo diverse. Ad esempio, nel CCNL Metalmeccanico il contributo viene calcolato sul Minimo Tabellare e non sulla Retribuzione di riferimento.
Indipendentemente dalle percentuali previste dal tuo contratto, il contributo del datore di lavoro rappresenta una risorsa aggiuntiva che aumenta il capitale accumulato nel fondo pensione.
Una volta versato, infatti, il contributo viene investito insieme al TFR e ai contributi del lavoratore, maturando a sua volta rendimenti che dipendono dall'andamento dei mercati finanziari e dalla linea di investimento scelta.
Anche senza considerare i rendimenti futuri, il contributo del datore di lavoro può incidere in modo significativo sulla costruzione del tuo risparmio previdenziale ed è quindi uno degli aspetti più importanti da conoscere quando scegli un fondo pensione.
Come funziona il trasferimento di un fondo pensione?
Il D.Lgs. 252/2005, che disciplina la previdenza complementare in Italia, stabilisce le regole per il trasferimento della posizione individuale da un fondo pensione a un altro.
L'articolo 14 disciplina due aspetti fondamentali:
- il trasferimento della posizione individuale;
- la conservazione della data di prima adesione, fondamentale ai fini della tassazione della prestazione pensionistica.
Capire queste due regole è essenziale anche per comprendere il funzionamento della futura portabilità del contributo del datore di lavoro.
Come si trasferisce un fondo pensione
L'articolo 14, comma 6, del D.Lgs. 252/2005 riconosce a ogni aderente il diritto di trasferire la propria posizione individuale da un fondo pensione a un altro.
La norma prevede che:
“Decorsi due anni dalla data di partecipazione ad una forma pensionistica complementare, l'aderente ha facoltà di trasferire l'intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica.
Gli statuti e i regolamenti delle forme pensionistiche prevedono esplicitamente la predetta facoltà e non possono contenere clausole che risultino, anche di fatto, limitative del suddetto diritto alla portabilità dell'intera posizione individuale. Sono comunque inefficaci clausole che, all'atto dell'adesione o del trasferimento, consentano l'applicazione di voci di costo, comunque denominate, significativamente più elevate di quelle applicate nel corso del rapporto e che possono quindi costituire ostacolo alla portabilità”.
In pratica, cosa significa?
Il trasferimento consiste nello spostamento dell'intera posizione individuale da un fondo pensione a un altro.
Non è possibile trasferire solo una parte della posizione: nella previdenza complementare il trasferimento è sempre totale.
Questo comporta anche un'altra conseguenza importante: quando il trasferimento viene completato, il fondo pensione di origine si estingue.
Vediamo un esempio.
Se trasferisci il Fondo A nel Fondo B:
- il Fondo A viene chiuso e non rimane un "contenitore vuoto" da utilizzare in futuro;
- il Fondo B riceve l'intero capitale accumulato nel Fondo A.
Di norma il trasferimento è possibile dopo almeno due anni dall'adesione al fondo pensione.
Nel caso dei fondi pensione negoziali, invece, il trasferimento può essere effettuato anche prima dei due anni, se cambia il settore lavorativo e, di conseguenza, il contratto collettivo applicato.
Cosa succede alla data di prima adesione quando trasferisci un fondo pensione
Quando trasferisci un fondo pensione non viene trasferito soltanto il capitale accumulato.
Il nuovo fondo acquisisce anche la data della tua prima adesione alla previdenza complementare.
Perché è così importante?
Perché la data di prima adesione viene utilizzata per determinare l'anzianità di partecipazione al sistema della previdenza complementare e incide sulla tassazione della prestazione pensionistica finale.
In altre parole, trasferendo il fondo pensione non perdi gli anni già maturati e continui a beneficiare della stessa anzianità fiscale acquisita con il fondo precedente.
Cosa succede oggi al contributo del datore di lavoro se trasferisci il fondo pensione?
L'articolo 14, comma 6, del D.Lgs. 252/2005 contiene una seconda disposizione fondamentale, che riguarda il destino del contributo del datore di lavoro in caso di trasferimento del fondo pensione.
La norma stabilisce, infatti, che:
“In caso di esercizio della predetta facoltà di trasferimento della posizione individuale, il lavoratore ha diritto al versamento alla forma pensionistica da lui prescelta del TFR maturando e dell'eventuale contributo a carico del datore di lavoro nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali”.
Vediamo ora che cosa significa.
Cosa significa questa regola nella pratica
Oggi la normativa distingue chiaramente il TFR dal contributo del datore di lavoro.
Quando trasferisci un fondo pensione:
- il TFR maturando può sempre essere destinato al nuovo fondo pensione;
- il contributo del datore di lavoro, invece, non segue automaticamente il trasferimento.
La possibilità di continuare a ricevere il contributo aziendale dipende infatti da quanto previsto dal CCNL o dagli eventuali accordi aziendali.
Vediamo alcuni esempi.
Esempio: trasferimento da un fondo negoziale a un fondo aperto o a un PIP
Il trasferimento da un fondo pensione negoziale a un fondo pensione aperto o a un PIP è sempre possibile dopo due anni di adesione.
Ad oggi, però, questo trasferimento non consente automaticamente di mantenere il contributo del datore di lavoro.
Puoi continuare a riceverlo soltanto se questa possibilità è prevista dal CCNL o dagli accordi aziendali.
Esempio: trasferimento da un fondo aperto o PIP a un fondo negoziale
Anche il trasferimento da un fondo pensione aperto o da un PIP verso un fondo pensione negoziale è possibile dopo due anni.
Una volta aderito al fondo negoziale, puoi beneficiare del contributo del datore di lavoro, se previsto dal contratto collettivo applicato.
Esempio: quando puoi mantenere il contributo del datore di lavoro
Esiste un'eccezione.
Se la tua azienda ha stipulato uno specifico accordo con uno o più fondi pensione aperti, dopo due anni puoi trasferire la tua posizione dal fondo negoziale al fondo aperto continuando a ricevere il contributo del datore di lavoro.
In questo caso, infatti, il diritto al contributo deriva direttamente dall'accordo aziendale.
Cosa cambia per il contributo del datore di lavoro dal 31 ottobre 2026?
La Legge di Bilancio 2026 modifica l'articolo 14, comma 6, del D.Lgs. 252/2005, intervenendo direttamente sulle regole che disciplinano il contributo del datore di lavoro in caso di trasferimento del fondo pensione.
In particolare, la riforma elimina il passaggio della norma che subordinava la portabilità del contributo datoriale ai limiti e alle modalità previste dai contratti collettivi e dagli accordi aziendali.
Che cosa significa, in concreto?
Se la nuova disciplina entrerà in vigore secondo quanto previsto, il contributo del datore di lavoro potrà seguire il lavoratore anche in caso di trasferimento da un fondo pensione negoziale a un fondo pensione aperto o a un PIP, senza dipendere dalle previsioni del contratto collettivo.
Si tratta di una modifica molto rilevante, perché amplia la libertà di scelta dell'aderente senza costringerlo a rinunciare al contributo del datore di lavoro.
Perché la riforma è stata rinviata
L'entrata in vigore della nuova disciplina era inizialmente prevista per il 1° luglio 2026.
Successivamente, alcuni emendamenti approvati in Commissione Bilancio alla Camera, nell'ambito delle modifiche al Decreto-Legge 19/2026 collegato al PNRR, hanno rinviato l'applicazione della riforma al 31 ottobre 2026.
Il rinvio è stato motivato dalla complessità operativa della riforma.
L'introduzione di un sistema di piena portabilità del contributo del datore di lavoro richiede infatti un riassetto degli equilibri tra fondi pensione, imprese e parti sociali, oltre alla definizione delle modalità operative da parte della COVIP.
Vantaggi e criticità della portabilità del contributo del datore di lavoro
La proposta di rendere pienamente portabile il contributo del datore di lavoro ha suscitato opinioni differenti.
Da un lato viene vista come un ampliamento della libertà di scelta dei lavoratori. Dall'altro ha sollevato alcune perplessità da parte delle organizzazioni che rappresentano imprese e lavoratori.
Il 26 maggio 2026 le parti sociali hanno pubblicato un Avviso Comune sulla previdenza complementare, esprimendo la propria contrarietà alla liberalizzazione della portabilità del contributo datoriale.
Perché le parti sociali sono contrarie
Le principali criticità evidenziate riguardano:
- possibile indebolimento della contrattazione collettiva, dalla quale nascono i fondi pensione negoziali;
- rischio di scelte poco consapevoli da parte dei lavoratori, che potrebbero orientarsi verso prodotti non adeguati basandosi principalmente sulla pubblicità o sui rendimenti di breve periodo;
- costi mediamente più elevati dei fondi pensione aperti rispetto ai fondi negoziali, che sono enti senza scopo di lucro;
- possibile riduzione degli incentivi futuri per le parti sociali ad aumentare il contributo del datore di lavoro nei contratti collettivi;
- vantaggio competitivo per il settore commerciale, dal momento che i fondi negoziali possono raccogliere adesioni soltanto da specifiche categorie di lavoratori.
Si tratta di aspetti che meritano attenzione e che fanno parte del dibattito aperto sulla riforma.
Quali potrebbero essere i vantaggi per i lavoratori
Dall'altra parte, la piena portabilità del contributo del datore di lavoro aumenterebbe significativamente la libertà di scelta dell'aderente.
Oggi, nella maggior parte dei casi, chi desidera trasferire il proprio TFR da un fondo pensione negoziale a un fondo pensione aperto o a un PIP è costretto a rinunciare anche al contributo del datore di lavoro.
Se la riforma entrerà in vigore secondo quanto previsto, dal 31 ottobre 2026 il contributo potrebbe seguire il lavoratore anche nelle forme pensionistiche di mercato, permettendogli di scegliere il fondo pensione ritenuto più adatto senza perdere questo importante beneficio.
Trascorsi i due anni previsti dalla normativa per il trasferimento della posizione individuale, sarebbe quindi possibile decidere se mantenere il fondo negoziale oppure trasferire la propria posizione verso un fondo pensione aperto o un PIP, continuando a beneficiare del contributo del datore di lavoro.
Come scegliere un fondo pensione se il contributo del datore di lavoro diventa portabile
Scegliere il fondo pensione a cui destinare il TFR è una decisione importante.
Oggi, nella maggior parte dei casi, i principali elementi da valutare sono tre:
- i costi;
- le linee di investimento e i rendimenti storici;
- la possibilità di ricevere il contributo del datore di lavoro.
Se la riforma renderà il contributo datoriale pienamente portabile, quest'ultimo elemento potrebbe non rappresentare più un fattore variabile nella scelta del fondo pensione.
Di conseguenza, costi e caratteristiche dell'investimento potrebbero assumere un peso ancora maggiore.
Quanto contano i costi nella scelta del fondo pensione
I fondi pensione negoziali sono enti senza scopo di lucro e, in media, applicano costi inferiori rispetto ai fondi pensione aperti e ai PIP.
Questo non significa però che tutti i fondi privati abbiano gli stessi costi: esistono soluzioni più economiche e altre più costose.
I principali costi da considerare sono:
- il costo di adesione;
- le spese direttamente a carico dell'aderente;
- le commissioni di gestione della linea di investimento scelta.
Come confrontare i costi dei fondi pensione?
Per confrontare i costi, la COVIP utilizza l'ISC (Indicatore Sintetico di Costo).
L'indicatore viene aggiornato ogni anno per ciascuna linea di investimento, ipotizzando un versamento annuo di 2.500 euro e un rendimento netto costante del 4%.
L'ISC mostra l'impatto dei costi dopo 2, 5, 10 e 35 anni, aiutando gli aderenti a confrontare fondi diversi.
Nella scheda costi del fondo pensione trovi anche un grafico che confronta l'ISC del comparto con quello medio delle altre forme pensionistiche.
Di seguito trovi un esempio relativo a un fondo pensione negoziale.

Se invece vuoi valutare l'impatto dei costi sul tuo caso specifico, puoi utilizzare il Comparatore di Ciao Elsa.

Come valutare le linee di investimento del fondo pensione
Le linee di investimento rappresentano uno degli elementi più importanti nella scelta di un fondo pensione.
In generale, i fondi pensione negoziali adottano una gestione mediamente più prudente rispetto ai fondi pensione aperti e ai PIP.
Ad esempio, le linee azionarie dei fondi aperti e dei PIP investono spesso almeno il 70% del patrimonio in azioni e, in alcuni casi, superano anche il 90%.
Nei fondi negoziali, invece, le linee azionarie presentano generalmente una composizione intorno al 60% di azioni e 40% di obbligazioni.
Alcuni fondi negoziali, inoltre, non prevedono nemmeno un comparto azionario e arrivano al massimo a una linea bilanciata.
La scelta della linea di investimento dovrebbe sempre tenere conto di tre elementi:
- il tuo orizzonte temporale;
- la tua propensione al rischio;
- i tuoi obiettivi di lungo periodo.
Quali rendimenti hanno ottenuto i fondi pensione negli ultimi anni
Per valutare correttamente una linea di investimento è utile osservare anche i rendimenti storici, ricordando sempre che i risultati passati non garantiscono quelli futuri.

Secondo i dati pubblicati dalla COVIP nel giugno 2026:
- nel 2025 il rendimento medio è stato del 4,8% per i fondi negoziali, del 5,7% per i fondi pensione aperti e del 5,1% per i PIP.
Questi dati rappresentano una media tra tutti i comparti e tra tutte le forme pensionistiche appartenenti alla stessa categoria.
Per questo motivo è importante analizzarli anche su orizzonti temporali più lunghi.
Negli ultimi 10 anni i rendimenti medi annui sono stati:
- 2,4% per i fondi pensione negoziali;
- 2,7% per i fondi pensione aperti;
- 3,1% per i PIP.
Considerando invece gli ultimi 20 anni, i dati della COVIP mostrano un rendimento medio annuo del:
- 2,9% per i fondi negoziali;
- 2,7% per i fondi pensione aperti.
Quanto conta il supporto di un consulente nella scelta del fondo pensione
Oltre ai costi, ai rendimenti e alle linee di investimento, nella scelta del fondo pensione può avere un ruolo importante anche il supporto di un consulente.
Per alcune persone poter contare su un professionista che accompagni le decisioni previdenziali rappresenta un valore aggiunto, mentre per altre questo aspetto può avere un'importanza minore.
Si tratta di una valutazione personale, che dipende sia dalle proprie esigenze sia dalla qualità della consulenza ricevuta.
Scegliere un fondo pensione può sembrare complesso, ma valutando con attenzione questi elementi è possibile individuare la soluzione più adatta ai propri obiettivi previdenziali.

Come ottenere il contributo del datore di lavoro se la riforma non entra in vigore?
Se la portabilità del contributo del datore di lavoro dovesse essere ulteriormente rinviata oppure non diventare operativa, continuerebbero ad applicarsi le regole attuali.
In questo caso, le principali modalità per ottenere il contributo del datore di lavoro rimarrebbero tre.
1. Aderire al fondo pensione previsto dal tuo CCNL
La soluzione più comune consiste nel destinare il TFR e versare il contributo minimo richiesto nel fondo pensione negoziale previsto dal tuo contratto collettivo.
In questo modo puoi beneficiare del contributo del datore di lavoro secondo le regole previste dal CCNL.
2. Chiedere alla tua azienda di stipulare un accordo con un fondo pensione aperto
Il datore di lavoro può scegliere di sottoscrivere uno o più accordi collettivi aziendali con fondi pensione aperti, riconoscendo il contributo datoriale anche ai dipendenti che scelgono quelle forme pensionistiche.
Questa possibilità riguarda esclusivamente i fondi pensione aperti e non può essere applicata ai PIP.
Se vuoi approfondire questa soluzione, puoi consultare il nostro articolo dedicato ai vantaggi dei fondi pensione per le aziende.
3. Stipulare un accordo individuale con il datore di lavoro
È possibile anche definire un accordo diretto tra:
- lavoratore;
- datore di lavoro;
- fondo pensione.
Questo accordo può essere utilizzato sia con un fondo pensione aperto sia con un PIP.
È importante ricordare, però, che si tratta di un accordo personale: se in futuro cambi datore di lavoro, la nuova azienda non sarà obbligata a continuare a versare il contributo nel fondo da te scelto.
Se sei un imprenditore, un HR o un responsabile delle risorse umane e vuoi approfondire queste soluzioni, puoi conoscere il nostro servizio dedicato alle aziende per capire come riconoscere il contributo del datore di lavoro anche in fondi diversi da quello di categoria e quali sono gli effetti della previdenza complementare per l'impresa.

Cosa fare in attesa della portabilità del contributo del datore di lavoro
Se la portabilità del contributo del datore di lavoro entrerà in vigore, una volta trascorsi i due anni previsti dalla normativa, potrai trasferire la tua posizione verso un altro fondo pensione senza rinunciare al contributo dell'azienda.
Al momento, però, questa possibilità non è ancora operativa.
Per diventare effettiva sarà necessario completare il percorso di attuazione della riforma, con la definizione delle modalità operative da parte della COVIP e la risoluzione delle questioni ancora aperte.
Nel frattempo, se hai diritto al contributo del datore di lavoro previsto dal tuo CCNL, la soluzione più conveniente resta quella di aderire al fondo pensione negoziale di riferimento e beneficiare di tutte le agevolazioni previste dalla previdenza complementare, a partire dal conferimento del TFR e dal contributo aziendale.
Continueremo ad aggiornare questo articolo non appena saranno pubblicate le istruzioni operative e ci saranno novità sull'entrata in vigore della portabilità del contributo del datore di lavoro.


