Pensioni più alte? Perché è un’illusione (e cosa c’entra la demografia)

Se leggendo titoli come “Pensioni più alte da marzo” vi siete immaginati aumenti sostanziosi, forse rimarrete delusi. Gli incrementi previsti non sono pensati per stravolgere l’assegno, ma intervengono soprattutto sotto forma di minore pressione fiscale o di integrazioni per i più fragili.

Il primo aumento è legato alla riduzione delle tasse per il ceto medio

La recente legge di bilancio ha abbassato l’aliquota IRPEF del secondo scaglione (quello tra 28.000 e 50.000 euro) dal 35% al 33%. Si tratta di due punti percentuali in meno che, sulla carta, si traducono in circa da 34 a 37 € in più al mese, diminuendo gradualmente per redditi più bassi fino ad annullarsi per chi percepisce fino a 28.000 € annui.

La seconda novità riguarda invece i pensionati con i trattamenti più bassi o appartenenti a categorie fragili

Qui l’incremento deriva dalle maggiorazioni sociali, destinate agli over 70, agli invalidi civili e a chi percepisce pensioni al minimo: per esempio, per un pensionato non coniugato il limite di reddito per ricevere la maggiorazione è pari all’importo del trattamento minimo (611,85 € al mese). In base alla legge di bilancio, la maggiorazione mensile passa da 8 a 20 €.

Se a questo punto ti stai chiedendo: ma perché le pensioni in Italia si stanno sempre più abbassando rispetto alle aspettative di una vita di lavoro?

Sei in buona compagnia e, a dirla tutta, è una domanda che torna ciclicamente. 

Ogni volta che si parla di riforme, età pensionabile, assegni troppo bassi o di abolire (o meno) la legge Fornero, il dibattito pubblico si infiamma. C’è molto malcontento attorno al tema pensionistico perché, si dice, qualcuno ha rubato, qualcuno ha privilegi, qualcuno ha preso troppo e lasciato poco agli altri.

Ma è così? O meglio, è solo così?

Se vogliamo affrontare seriamente il tema, è necessario mettere da parte slogan e reazioni istintive e avere il rigore di esaminare prima i luoghi comuni più radicati. Solo dopo averli analizzati con lucidità possiamo provare ad avvicinarci al vero nodo della questione.

Punto di partenza: come si calcolano le pensioni?

Il primo pilastro della tua previdenza è costituito dalla previdenza obbligatoria, che consiste nella pensione pubblica erogata dall’INPS o, per alcune professioni, quella erogata dalle casse di previdenza obbligatorie (ad esempio ENPAM per i medici, INARCASSA per gli architetti e gli ingegneri liberi professionisti o Cassa Forense per gli avvocati).

Durante tutta la vita lavorativa sei tenuto a versare contributi che serviranno poi a garantirti un reddito una volta raggiunta l’età pensionabile.

Un elemento fondamentale per capire come verrà calcolata la tua pensione è l’anno in cui hai iniziato a maturare i contributi. Questo determina quale sistema di calcolo si applica: retributivo, contributivo o “misto”, per chi ha iniziato tra i due periodi.

  • Chi ha cominciato a lavorare prima del 1996 rientra, almeno in parte, nel sistema retributivo. In questo modello, l’importo della pensione dipendeva principalmente dalla media degli ultimi stipendi percepiti: i contributi versati nei primi anni di carriera contavano poco, mentre gli ultimi anni di lavoro pesavano maggiormente sul calcolo finale.

  • Chi ha iniziato a maturare contributi dal 1996 in poi rientra invece nel sistema contributivo, che si basa su tutti i contributi versati lungo l’intera vita lavorativa. Qui l’ammontare della pensione dipende direttamente dai versamenti effettuati e dall’età al momento del pensionamento: più contributi accumuli, più elevato sarà l’assegno futuro.

Detto questo, quali sono le prospettive per le future pensioni?

Se hai iniziato a lavorare dopo il 1995, rientri nel sistema dei cosiddetti “contributivi puri”, cioè interamente soggetti al metodo di calcolo contributivo.

Secondo le simulazioni dell’INPS (che puoi verificare personalmente utilizzando il simulatore ufficiale disponibile sul sito dell’Istituto) il futuro assegno pensionistico risulterà, nella maggior parte dei casi, significativamente inferiore all’ultimo stipendio percepito. Le stime indicano un tasso di sostituzione medio compreso tra il 50% e il 60% del reddito annuo lordo dell’ultimo anno di lavoro

Il tasso di sostituzione è il rapporto fra la prima rata annua di pensione erogata e l’ultima retribuzione annua percepita: in termini concreti, ciò significa che al momento del pensionamento potresti dover fare i conti con un reddito da pensione dimezzato rispetto a quello su cui avevi costruito il tuo tenore di vita negli anni precedenti. 

Ed è proprio qui che esplode il malcontento: “non è andata così per i miei genitori o per i miei nonni”. Parte la caccia al responsabile: tra vitalizi dei politici, baby pensioni e risorse, si dice, destinate a mantenere i fannulloni.

E allora è davvero così? Proviamo a esaminare i principali “capri espiatori” chiamati in causa quando si parla di pensioni non adeguate.

Il mito dei vitalizi: davvero è tutta colpa dei politici?

Il primo bersaglio è sempre lo stesso: i vitalizi dei parlamentari. Nell’immaginario collettivo, le pensioni basse dei cittadini comuni sarebbero la diretta conseguenza dei privilegi della “casta”.

Fino al 2012, i parlamentari italiani beneficiavano, per le proprie pensioni (perché di questo si tratta quando si parla di vitalizi), di un sistema diverso rispetto a quello previsto per la generalità dei lavoratori. Il vitalizio non era calcolato con un metodo contributivo puro, ma seguiva una logica più vicina al retributivo: bastavano pochi anni di mandato per maturare un assegno significativo, scollegato in parte dai contributi effettivamente versati.

Dal 1° gennaio 2012 il sistema è stato integralmente ricondotto al metodo contributivo, in linea con quanto previsto per la generalità dei lavoratori.

Questo significa che l’assegno pensionistico viene determinato sulla base dei contributi effettivamente accantonati durante il mandato parlamentare e trasformati in pensione, secondo coefficienti legati all’età, esattamente come avviene nel sistema pubblico.

Requisiti attuali

Oggi, per maturare il diritto alla pensione parlamentare è necessario aver svolto almeno una legislatura completa, pari a quattro anni, sei mesi e un giorno. I contributi coincidono esclusivamente con i periodi effettivi di mandato: non è più possibile riscattare anni non svolti o “integrare” legislature interrotte con versamenti volontari.

Il diritto al “vitalizio” si matura al compimento dei 65 anni di età, a condizione di aver svolto almeno una legislazione completa. L’età richiesta può ridursi in presenza di ulteriori anni trascorsi in Parlamento: per ogni anno aggiuntivo di mandato è previsto un abbattimento di un anno sul requisito anagrafico. 

In pratica, con due legislature complete si può accedere all’assegno già a 60 anni.

Va ricordato che, in passato, le condizioni erano ancora più favorevoli: era sufficiente aver svolto una legislatura e aver compiuto 60 anni; inoltre, superata una certa durata complessiva del mandato (oltre i 15 anni), l’assegno poteva essere riconosciuto indipendentemente dall’età anagrafica.

La “misura” del vitalizio parlamentare

Con le decisioni assunte nel 2011 dagli Uffici di Presidenza di Camera e Senato, è stato stabilito che, a decorrere dal 1° gennaio 2012, anche per i parlamentari si applicasse il metodo di calcolo contributivo, secondo il principio del pro rata, cioè  per le quote maturate da quella data in avanti, l’assegno è determinato in base ai contributi effettivamente versati durante il mandato.

La contribuzione previdenziale è pari al 33% dell’indennità parlamentare lorda (che si aggira intorno ai 10.400 € mensili lordi) suddivisa tra: 

  • una quota a carico del parlamentare (8,8%) 
  • una quota a carico dell’assemblea di appartenenza, il loro “datore di lavoro” (24,2%).

Il montante così accumulato viene poi trasformato in rendita al momento del pensionamento, secondo i coefficienti di trasformazione previsti per il sistema contributivo, che riportiamo qui sotto. 

tabella coefficienti di trasformazione parlamentari

La misura della contribuzione e il calcolo dell’importo della pensione/vitalizio sono, quindi, oggi analoghi a quelli previsti per la maggioranza dei lavoratori con la “piccola” eccezione che la base sulla quale si calcolano i contributi è maggiore rispetto alla media nazionale 😉 

Un ulteriore intervento è arrivato poi nel 2019, quando Camera e Senato hanno deliberato il ricalcolo con il metodo contributivo anche dei periodi di mandato antecedenti al 31 dicembre 2011: ricordiamo infatti che il metodo di calcolo contributivo è stato introdotto per la collettività dal 1° gennaio 1996.

Questa scelta ha comportato l’estensione retroattiva del criterio contributivo, superando di fatto la logica del pro rata originariamente prevista. Il provvedimento ha generato un ampio contenzioso giudiziario, tuttora oggetto di sviluppi.

E a livello regionale?

Un percorso analogo è stato seguito anche dalle assemblee regionali. A partire dal 2011 è iniziato un processo di superamento dei vecchi vitalizi regionali, culminato con l’intervento normativo del 2019 che ha imposto alle Regioni la rideterminazione dei trattamenti in essere secondo criteri coerenti con il metodo contributivo.

Oggi, quindi, il quadro è profondamente diverso rispetto al passato: i nuovi eletti maturano una pensione calcolata con regole contributive, basata sui versamenti effettivi e su requisiti più stringenti rispetto alle stagioni precedenti.

Il tema dei vitalizi resta politicamente sensibile, ma dal punto di vista tecnico le regole attuali sono molto più allineate a quelle del sistema previdenziale generale rispetto a quanto accadeva fino a poco più di un decennio fa.

Ora, una domanda scomoda, ma necessaria: i vitalizi, anche se sarebbe più corretto chiamarli “le pensioni dei parlamentari”, hanno inciso (o incidono) in modo determinante sulla spesa pensionistica italiana?

La risposta è: no.

Anzitutto occorre chiarire un aspetto spesso trascurato: le pensioni dei parlamentari non sono pagate direttamente dall’INPS, ma dalle rispettive assemblee elettive (Camera, Senato, Parlamento europeo o Consigli regionali). Questo significa che non rientrano tecnicamente nella gestione previdenziale obbligatoria dei lavoratori dipendenti e autonomi e non incidono in modo diretto sugli equilibri finanziari dell’INPS.

Ciò non implica che non abbiano rappresentato un costo per la collettività. 

In passato, soprattutto quando il vitalizio era calcolato con il metodo retributivo e risultava solo parzialmente collegato ai contributi effettivamente versati, la differenza tra quanto accantonato e quanto erogato doveva comunque essere coperta con risorse pubbliche, quindi con la fiscalità generale.

Oggi, come abbiamo visto, l’importo dei vitalizi è strettamente legato ai contributi effettivamente versati.

Tuttavia, anche ipotizzando uno scenario estremo di totale azzeramento dei vitalizi (che, peraltro, significherebbe non riconoscere alcuna prestazione a fronte di contributi effettivamente versati), l’impatto sui conti pubblici previdenziali sarebbe marginale

La spesa pensionistica italiana supera oggi i 300 miliardi di euro annui: in questo quadro, il costo dei vitalizi rappresenta una quota elevata (200 milioni di euro nel 2018), ma è incapace di modificare in modo strutturale la sostenibilità dell’intero sistema previdenziale.

Questo non significa che il tema dell’equità non sia rilevante. 

I privilegi, soprattutto quando sono percepiti come ingiusti, minano la fiducia nel sistema. Ma attribuire ai vitalizi la responsabilità delle pensioni basse o dell’innalzamento dell’età pensionabile è una semplificazione che non regge all’analisi dei numeri.

Le baby pensioni: un’eredità pesante, ma del passato

Altro grande classico del dibattito: le baby pensioni.

Introdotte negli anni ’70, consentivano ad alcune categorie di lavoratori del settore pubblico di andare in pensione con requisiti contributivi estremamente ridotti:

  • 14 anni, 6 mesi e 1 giorno per le donne sposate con figli
  • 19 anni, 6 mesi e 1 giorno per gli uomini dipendenti pubblici.

Molti lavoratori sono usciti dal mercato del lavoro a poco più di quarant’anni.

Il meccanismo era figlio di un’epoca completamente diversa: crescita economica sostenuta, demografia apparentemente favorevole, rapporto tra lavoratori attivi e pensionati molto più equilibrato rispetto a oggi. Il sistema, però, era largamente retributivo e scollegato dall’effettivo equilibrio tra contributi versati e prestazioni erogate.

Le baby pensioni sono state progressivamente abolite negli anni ’90, quando è diventato evidente che il sistema non era sostenibile nel lungo periodo.

Secondo i dati diffusi nel 2023 dall’ex Presidente INPS, Pasquale Tridico, nel corso del tempo sono state erogate circa 256 mila “baby pensioni”. Oggi si sono ridotte a 185 mila circa, per una spesa annuale di 2,9 miliardi. 

Hanno avuto un costo? Certamente sì

Ma anche in questo caso occorre distinguere tra eredità storica e cause attuali: le baby pensioni hanno contribuito a creare uno squilibrio sui conti pubblici, ma non spiegano da sole le difficoltà strutturali del sistema previdenziale odierno.

Va inoltre ricordato che si tratta di prestazioni che non possono essere abolite retroattivamente

Chi oggi percepisce una baby pensione ha ormai un’età tale da non poter realisticamente rientrare nel mercato del lavoro. Ma soprattutto è importante sottolineare che queste persone non hanno aggirato le regole: hanno semplicemente usufruito di una possibilità prevista dalla legge e messa a disposizione dallo Stato in un determinato contesto storico.

Le misure assistenziali: meno risorse per le pensioni?

Un altro argomento spesso utilizzato nel dibattito pubblico riguarda le misure assistenziali, talvolta associate alle spese per il sostentamento degli immigrati in attesa di asilo o a chi, secondo alcuni, “non ha mai lavorato”.

Qui è fondamentale fare chiarezza.

Il sistema previdenziale italiano si fonda sui contributi effettivamente versati dai lavoratori. In passato, il calcolo retributivo aveva generato alcune distorsioni, poi corrette con l’introduzione del metodo contributivo, più coerente con i versamenti effettuati. Si tratta di un sistema a ripartizione: le pensioni attuali vengono finanziate direttamente dai contributi dei lavoratori in attività.

Diverso è il caso delle misure assistenziali

I contributi previdenziali che ogni lavoratore versa per la propria pensione sono suddivisi in una quota legata al proprio trattamento pensionistico e una quota destinata alle tutele legate alla vita lavorativa. Si parla infatti di contributi IVS che definiscono le tre coperture principali: 

  • I - Invalidità: copre l'assegno ordinario di invalidità o la pensione di inabilità se la capacità di lavoro è ridotta a causa di infermità fisica o mentale.
  • V - Vecchiaia: finanzia la pensione di vecchiaia (raggiungimento dell'età pensionabile) e la pensione anticipata.
  • S - Superstiti: copre le pensioni di reversibilità o indirette, garantendo una tutela economica ai familiari in caso di decesso del lavoratore o del pensionato

Al di fuori di queste casistiche, le altre misure assistenziali non dipendono dai contributi previdenziali versati da altri soggetti, ma dalla fiscalità generale, cioè dalle tasse.  Anche se l’INPS ne cura l’erogazione, le risorse impiegate provengono dagli stanziamenti previsti annualmente nelle Leggi di Bilancio e non incidono sui conti destinati alle pensioni

Confondere previdenza e assistenza è uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico.

È legittimo discutere di come vengano distribuite le risorse pubbliche e di quali siano i criteri di accesso adottati, ma attribuire le difficoltà del sistema pensionistico all’esistenza di prestazioni assistenziali significa ignorare la distinzione contabile e finanziaria tra i due ambiti.

Il vero nodo: un sistema a ripartizione in un Paese che invecchia

Allora di chi è la colpa? 

La risposta è meno rassicurante e meno “vendibile” politicamente: la struttura demografica e finanziaria del Paese.

Il sistema pensionistico italiano è a ripartizione. Questo significa, come abbiamo già anticipato, che i contributi versati oggi dai lavoratori attivi finanziano le pensioni correnti. Non esiste un grande fondo accumulato che copra le prestazioni future. L’equilibrio dipende dal rapporto tra entrate contributive e uscite per pensioni.

Ed è qui che entra in gioco la demografia.

  • L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e l’aumento della speranza di vita influisce direttamente sulla sostenibilità del sistema previdenziale. I contributi versati nel corso della carriera devono “coprire” un periodo di pensione più lungo perché viviamo di più. Le possibili conseguenze, nel sistema contributivo, sono due:
    • lavorare più a lungo per accumulare contributi sufficienti a mantenere l’importo della pensione, quindi posticipare l’età di uscita dal lavoro (= andare in pensione più tardi);
    • ricevere una pensione diluita su più anni, con un assegno annuale ridotto.

  • Parallelamente, il tasso di natalità in Italia è tra i più bassi d’Europa. La popolazione in età lavorativa è in diminuzione e continuerà a calare nei prossimi decenni. Nei prossimi quindici anni, ad esempio, uscirà dal mercato del lavoro la generazione dei baby boomers (nati fino al 1964) e le stime ufficiali prevedono un picco della spesa pensionistica intorno al 2040.

Tradotto in termini concreti: ci saranno più pensionati che percepiranno la pensione per più anni e meno lavoratori attivi a versare i contributi necessari a finanziare le prestazioni.

In un sistema a ripartizione, questo squilibrio demografico rappresenta il nodo centrale della sostenibilità del sistema pensionistico.

Ed è per questo che non possiamo aspettarci di andare in pensione come le generazioni che ci hanno preceduto: il “campo di gioco” è cambiato

Nel tempo, misure come le baby pensioni, i vitalizi e alcune spese assistenziali hanno certamente inciso sulla spesa pubblica, ma anche senza di esse oggi ci troveremmo comunque di fronte a uno scenario completamente diverso da quello passato. Flessibilità lavorativa, crescita economica contenuta, aumento dell’aspettativa di vita e un numero ridotto di contribuenti attivi rendono il sistema più fragile, con poche “pedine” a sostenere l’intero scacchiere previdenziale.

Se le pensioni non piacciono perché… si va in pensione più tardi

Abbassare in modo strutturale l’età pensionabile, a prescindere dal percorso lavorativo e dai contributi effettivamente versati, ci riporterebbe inevitabilmente alle distorsioni del passato, in un contesto attuale diverso e senza nemmeno disporre delle coperture finanziarie necessarie.

Anche nel caso in cui si riuscisse, va ricordato che un aumento della spesa senza un corrispondente incremento delle entrate genera un disavanzo che ricade sulla fiscalità generale o sul debito pubblico e quindi sulle generazioni future.

La domanda diventa inevitabile: è corretto far gravare il costo di pensionamenti anticipati su chi oggi affronta carriere discontinue, salari più bassi e minori opportunità di crescita?

La sostenibilità del sistema non è soltanto una questione tecnica: è anche una questione di equità intergenerazionale.

Se le pensioni non piacciono perché… l’importo è basso

Un’altra parte del malessere riguarda l’importo degli assegni, soprattutto per chi è interamente nel sistema contributivo.

Nel metodo contributivo puro, la pensione dipende strettamente dai contributi versati durante la vita lavorativa e dall’età di pensionamento. Carriere discontinue, periodi di part-time, bassi salari e lunghi intervalli di inattività si traducono inevitabilmente in assegni più bassi.

Non è una punizione. È la matematica.

Il problema, allora, non è solo previdenziale. È anche legato alla qualità del mercato del lavoro, ai livelli retributivi, alla continuità occupazionale.

Se i contributi sono pochi, la pensione sarà bassa. E nessuna riforma “miracolosa” può cambiare questa equazione senza generare squilibri altrove.

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Siamo in un circolo vizioso senza soluzione? 

Se il quadro strutturale difficilmente cambierà, la domanda più utile diventa un’altra: cosa possiamo fare noi lavoratori?

Il primo passo è prendere consapevolezza

Significa comprendere le attuali “regole del gioco” e accettare che sono cambiate, non per colpa di qualcuno, ma per l’evoluzione demografica del Paese. 

C’è un’eredità di scelte generose in un’epoca di crescita e demografia favorevole. C’è una transizione tardiva verso un sistema più coerente con i contributi versati. C’è un mercato del lavoro fragile. C’è un Paese che invecchia rapidamente e fa pochi figli.

E c’è, soprattutto, l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi strutturali.

Le pensioni non “fanno sch!£o” perché qualcuno ha preso troppo o perché si aiutano i più deboli. Sono diminuite e diminuiranno perché il sistema deve reggere in un contesto radicalmente cambiato.

Certo, si sarebbe potuto gestire meglio la spesa pubblica favorendo uno sviluppo economico più competitivo e un contesto sociale in grado di garantire servizi a favore della genitorialità, ma oggi non è realistico attendersi una riforma “salva-tutti” che abbassi l’età pensionabile o aumenti gli assegni per tutti.

La vera sfida non è trovare un capro espiatorio. È costruire un equilibrio tra sostenibilità finanziaria ed equità tra generazioni.

Il secondo passo è la pianificazione

È fondamentale valutare se affiancare alla previdenza pubblica un “piano B”. La previdenza complementare non è un optional, ma uno strumento concreto per integrare un sistema che, per ragioni demografiche e finanziarie, garantirà in futuro tassi di sostituzione più bassi rispetto al passato.

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Il terzo passaggio è iniziare subito, senza rimandare. Il fattore tempo è decisivo e oggi la scelta più sbagliata è quella di non scegliere.

Link utili e approfondimenti

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