Abolire la legge Fornero: perché è (quasi) impossibile? Promesse, realtà e sostenibilità di una riforma che (forse) si può cancellare

«L’impegno che mi prendo questa sera [...] e poi ci rivediamo fra un anno e se ci avrete dato il voto, avremo vinto le elezioni e non avremo fatto quello che ho detto stasera, siete titolati a “spernacchiarmi”: azzerare la legge Fornero e avviare quota 41».

Le parole di Matteo Salvini, pronunciate nel 2022 in campagna elettorale, sono rimaste impresse perché dirette e per certi versi definitive. 

Abolire la riforma Fornero è diventato negli anni uno degli slogan più potenti del dibattito previdenziale italiano. Una promessa ripetuta più volte, da forze politiche diverse, che ha intercettato un sentimento diffuso: la percezione che quella riforma abbia reso più difficile, più lontano, più incerto il traguardo della pensione.

Eppure, a distanza di quattordici anni dall’approvazione della riforma Monti-Fornero, quella legge è ancora lì. Non solo non è stata cancellata, ma rappresenta tuttora l’architrave del sistema pensionistico italiano. 

Le deroghe introdotte negli anni (da quota 100 a quota 102, fino a quota 103, ora assenti) sono state misure temporanee, parziali, spesso accompagnate da penalizzazioni implicite o esplicite. 

Il cuore della riforma, invece, è rimasto intatto.

Perché? Perché una riforma tanto contestata non è mai stata davvero abolita? E soprattutto: è possibile farlo?

Per capire meglio occorre tornare con la mente al 2011.

Il 2011: lo spread, il rischio default e la nascita della riforma

Prima di allora, per la maggior parte degli italiani, Elsa Fornero era un nome sconosciuto.

Economista, docente di economia politica all’Università di Torino, divenne Ministro del Lavoro nel governo tecnico guidato da Mario Monti, chiamato a intervenire in uno dei momenti più drammatici della storia economica recente del Paese.

Nell’autunno del 2011 lo spread tra BTP e Bund tedeschi aveva superato i 500 punti base. In termini semplici, significava che un titolo di Stato italiano a dieci anni veniva acquistato a un rendimento superiore del 5% rispetto all’analogo titolo tedesco.

Un differenziale di questa entità non è un dettaglio tecnico: è il segnale che i mercati percepiscono un Paese come più rischioso. Più cresce la sfiducia sulla solidità dei conti pubblici, più gli investitori chiedono un rendimento elevato per compensare il rischio di detenere quel debito.

In quel momento la convinzione che l’Italia fosse vicina a una crisi finanziaria grave stava alimentando una spirale pericolosa. Per finanziarsi sui mercati, lo Stato italiano era costretto a pagare interessi sempre più alti. Il costo del debito stava aumentando rapidamente, mettendo sotto pressione i conti pubblici e riducendo ulteriormente i margini di manovra del governo.

L’Italia veniva osservata con crescente preoccupazione dai mercati internazionali e dalle istituzioni europee. Il rischio di perdere l’accesso ai finanziamenti o di non riuscire a sostenere il servizio del debito non era più un’ipotesi teorica.

In quel contesto nacque il decreto “Salva Italia”, all’interno del quale fu inserita una profonda riforma del sistema pensionistico. Una riforma severa, impopolare, ma ritenuta necessaria per dare un segnale immediato di credibilità finanziaria.

Le immagini della conferenza stampa, con la ministra Fornero visibilmente commossa mentre parlava di “sacrifici inevitabili”, hanno contribuito a trasformare quella riforma in un simbolo. 

Per alcuni, il simbolo dell’austerità. Per altri, quello della responsabilità.

Al di là delle letture politiche, la riforma aveva un obiettivo preciso: mettere sotto controllo la dinamica della spesa pensionistica nel medio-lungo periodo. 

Vediamo come. 

Cosa ha cambiato davvero la riforma Fornero

Per comprenderne la portata, è bene ricordare quali sono stati i pilastri della riforma.

1. Adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita

La legge prevede che l’età di pensionamento sia progressivamente collegata all’andamento della speranza di vita. In altre parole, non si tratta di un requisito fisso e immutabile, anzi, se aumenta la longevità della popolazione, aumenta anche l’età richiesta per accedere alla pensione di vecchiaia.

Questo perché negli ultimi decenni, la speranza di vita in Italia è cresciuta di diversi anni e, in un sistema a ripartizione, questo significa che ogni generazione percepisce la pensione per un periodo più lungo rispetto a quella precedente.

Per evitare che questo comporti un peso eccessivo per i conti pubblici, la normativa prevede di “spalmare” parte di questa maggiore longevità nella vita lavorativa. Un criterio che dovrebbe garantire equità intergenerazionale e sostenibilità finanziaria.

Questa impostazione ha determinato un innalzamento graduale dell’età per accedere alla pensione di vecchiaia, che attualmente è fissata a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, ma che crescerà ulteriormente proprio in funzione dell’evoluzione demografica. Infatti, già nel 2028, l’età salirà a 67 anni e 3 mesi. 

2. Modifica dei requisiti per accedere alla pensione anticipata

La possibilità di accedere alla pensione anticipata è stata mantenuta, ma con requisiti contributivi più elevati rispetto a quanto avveniva in passato. 

Attualmente sono richiesti:

  • 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini  
  • 41 anni e 10 mesi per le donne

Anche questi requisiti, come l’età di vecchiaia, sono soggetti al meccanismo di adeguamento alla speranza di vita e quindi potrebbero aumentare nel tempo: dal 2028, i requisiti di entrambi i sessi (uomini e donne) aumentano di 3 mesi e diventano:

  • 43 anni e 1 mese di contributi per gli uomini  
  • 42 anni e 1 mese per le donne

3. Introduzione della finestra di pensionamento “Anticipata contributiva”

La riforma ha introdotto una specifica finestra di uscita denominata “pensione anticipata contributiva” a disposizione di chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e rientra nel metodo di calcolo definito appunto “contributivo puro”

Oggi consente l’accesso a 64 anni di età, con almeno 20 anni di contributi e solo se l’importo della pensione maturata è almeno pari a 3 volte l’assegno sociale e quindi attualmente pari a 21.303,36 € (7.101,12 € x 3).

Ne consegue che, per accedere a questa finestra, bisogna aver avuto carriere stabili e retribuzioni medio-alte nel corso del tempo. 

Anche questa finestra non è cristallizzata: è rivista sia in funzione dell’aspettativa di vita (dal 2028, 64 anni e 3 mesi), sia in relazione alle variazioni dell’importo dell’assegno sociale.

Il nodo della sostenibilità: perché abolirla è altamente improbabile

L’idea di “azzerare la legge Fornero” implica, nelle parole di chi la propone, l’ipotesi di abbassare l’età pensionabile per tutti, indipendentemente dal proprio percorso lavorativo o dall’ammontare di contributi versati.

Ipotesi che ha un costo elevato e permanente.

Il sistema pensionistico italiano è, infatti, un modello a ripartizione, ovvero un sistema in cui i contributi versati oggi dai lavoratori attivi servono a pagare le pensioni attuali. Non esiste un grande fondo accumulato che copra le prestazioni future e il meccanismo si regge sull’equilibrio tra entrate contributive e uscite per prestazioni.

E qui entra in gioco la demografia

L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo e, al contempo, il tasso di natalità è tra i più bassi in Europa. 

Questo significa che la popolazione in età lavorativa è in calo, e lo sarà sempre di più, mentre aumenterà quella in età pensionabile

Nei prossimi quindici anni la spesa pensionistica è destinata a crescere, soprattutto per effetto dell’uscita dal mercato del lavoro della generazione dei “baby boomers” (generazione dei nati fino al 1964).

Le stime ufficiali indicano un picco della spesa intorno al 2040. Questo significa che nei prossimi anni il sistema sarà sottoposto a una pressione crescente.

In questo contesto, abbassare in modo strutturale l’età di pensionamento significherebbe aumentare ulteriormente la spesa, riducendo nel contempo il numero di contribuenti attivi. Una combinazione che rischierebbe di compromettere gli equilibri di finanza pubblica.

Non è un caso che anche organismi internazionali come l’OCSE abbiano più volte raccomandato all’Italia di contenere le possibilità di uscita anticipata dal lavoro. 

Il punto non è ideologico, ma strettamente finanziario: un aumento strutturale della spesa pensionistica, in un Paese ad alto debito pubblico, viene immediatamente osservato dai mercati come un potenziale fattore di squilibrio.

Il rischio, in prospettiva, è quello di ritrovarci in uno scenario simile al 2011: conti pubblici sotto pressione, aumento del rischio percepito, investitori più cauti. 

In questi casi il meccanismo è noto. 

Se cresce la sfiducia, gli investitori chiedono rendimenti più elevati per acquistare titoli di Stato e, se il premio al rischio aumenta troppo, il costo del debito diventa più oneroso. Se il circolo vizioso non si interrompe, si entra in una spirale che può mettere a repentaglio la stabilità finanziaria pubblica.

Per un Paese del G7 come l’Italia, con un’economia avanzata e un ruolo centrale nell’Unione Europea, uno scenario del genere rappresenterebbe un’ipotesi da scongiurare con ogni mezzo

Ed è anche per questo che il tema pensionistico non può essere affrontato solo sul piano del consenso immediato, ma deve essere inserito in una visione più ampia di sostenibilità e credibilità finanziaria.

Cosa può fare allora il singolo lavoratore?

Se il quadro strutturale difficilmente cambierà in senso espansivo, la vera domanda diventa un’altra: come può il singolo lavoratore pianificare il proprio futuro pensionistico in un sistema rigido?

La risposta passa da tre parole: consapevolezza, pianificazione, tempo.

Consapevolezza significa comprendere che, rispetto al passato, le “regole del gioco” sono cambiate e che l’importo della pensione pubblica dipenderà in modo diretto dai contributi versati e dalla continuità della carriera.

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Pianificazione significa, se possibile, avere un “piano alternativo e complementare”. Non è realistico attendere una riforma “salva-tutti” che abbassi strutturalmente l’età pensionabile o aumenti gli assegni. La previdenza pubblica continuerà a rappresentare un pilastro fondamentale del nostro sistema pensionistico, ma l’assegno arriverà più tardi e con importi inferiori rispetto alle aspettative maturate nel tempo. Valutare fin da oggi l’adesione a un fondo pensione, comprendendone davvero il funzionamento e senza considerarlo semplicemente “un altro costo da sostenere quando i soldi sono già pochi”, può fare una differenza concreta e significativa per il proprio futuro.

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Promesse politiche e vincoli economici

La distanza tra slogan e realtà nasce da qui. Promettere l’abolizione della riforma Fornero intercetta un disagio concreto, ma si scontra con vincoli altrettanto reali: demografici e finanziari.

Ogni governo che si è succeduto dal 2011 in poi ha dovuto fare i conti con questi vincoli. Le misure di flessibilità introdotte negli anni sono state temporanee e accompagnate da correttivi. 

Nessuna ha inciso strutturalmente sui pilastri della riforma.

Questo non significa che il sistema sia perfetto o che non possa essere migliorato. Significa, però, che qualsiasi intervento deve fare i conti con la sostenibilità complessiva

Il margine di manovra è limitato.

C’è poi un tema spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’equità intergenerazionale.

Ogni allentamento delle regole pensionistiche di oggi viene finanziato, in ultima analisi, dai lavoratori di domani. In un sistema a ripartizione, se aumenta la spesa senza un corrispondente aumento delle entrate, il disavanzo ricade sulla fiscalità generale o sul debito pubblico. E quindi sulle generazioni future.

Il dibattito può e deve restare aperto. 

È legittimo discutere di maggiore flessibilità, di tutele per chi svolge lavori gravosi, di meccanismi che rendano più equo il sistema. Ma far credere che sia possibile cancellare con un tratto di penna l’impianto della riforma Fornero significa non aver presente la reale situazione del Paese o, ancora peggio, saperlo e alimentare aspettative altamente irrealizzabili.

La previdenza è, per definizione, una materia di lungo periodo. Richiede visione, responsabilità e trasparenza. 

E forse anche un cambio di prospettiva: meno promesse irrealistiche, più educazione finanziaria e previdenziale.

Link utili e approfondimenti

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