
Il tema pensionistico rappresenta una delle sfide più rilevanti per qualsiasi società moderna. Coinvolge, infatti, il benessere di milioni di persone, l’equilibrio delle finanze pubbliche, la coesione sociale e, non da ultimo, la sostenibilità tra le generazioni.
Per comprendere davvero il funzionamento dei sistemi previdenziali, anche in un’ottica di confronto internazionale, è utile sapere che, nella maggior parte dei Paesi, le soluzioni adottate si riconducono a due modelli fondamentali:
- il sistema a ripartizione;
- il sistema a capitalizzazione.
Sebbene nel dibattito pubblico si tenda a contrapporli come se fossero alternative nette e mutualmente esclusive, nella realtà molti paesi adottano modelli misti che combinano elementi di entrambi.
Comprendere cosa li distingue, quali sono i punti di forza e di debolezza, e come funzionano nella pratica è essenziale per chiunque voglia avvicinarsi a questo tema con chiarezza.
Cos’è un sistema pensionistico a ripartizione?
“Regime in cui i contributi previdenziali versati nell’anno solare di riferimento per i lavoratori attivi sono utilizzati per finanziare il pagamento delle prestazioni pensionistiche di chi è già in pensione” (definizione a cura di COVIP).
Detto in altre parole, nel sistema pensionistico a ripartizione, le pensioni degli attuali pensionati sono finanziate da contributi versati dai lavoratori attivi in quel momento. Non esiste un accumulo individuale di risorse e i contributi raccolti in un dato anno vengono immediatamente usati per pagare le pensioni correnti.
La logica di fondo del sistema a ripartizione è di natura intergenerazionale: ogni generazione di lavoratori finanzia, attraverso i propri contributi, le pensioni di chi è già uscito dal mercato del lavoro, nella prospettiva che le generazioni successive facciano lo stesso quando toccherà a loro.
È il cosiddetto patto intergenerazionale, un equilibrio implicito che per decenni ha garantito la tenuta dei sistemi pensionistici pubblici, ma che oggi è messo sotto pressione da una serie di fattori strutturali.
Il primo è di natura demografica.
In molti Paesi avanzati, l’andamento della natalità è in costante diminuzione, con la conseguenza che il numero di futuri lavoratori, chiamati a sostenere, con il proprio lavoro e i propri contributi, una platea crescente di pensionati, tende a ridursi.
In un sistema a ripartizione, il rapporto tra attivi e pensionati è una variabile decisiva: quando questo rapporto peggiora, la sostenibilità complessiva del sistema ne risente.
Un secondo elemento riguarda la dinamica economica.
Perché se da una parte, una maggiore produttività potrebbe compensare almeno in parte la riduzione del numero dei lavoratori, dall’altra, in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, la rivalutazione dei contributi versati al sistema pensionistico è agganciata alla crescita del PIL.
Se si è quindi di fronte a una crescita economica modesta, ciò si traduce in una rivalutazione più contenuta dei montanti contributivi e, di conseguenza, in una minore capacità del sistema di sostenere prestazioni adeguate nel tempo.
Inoltre, poiché i contributi vengono versati in misura percentuale rispetto allo stipendio, per sostenere la pensione di una persona non è sufficiente un solo lavoratore attivo: ne occorrono più di uno.
Se i salari crescessero nel tempo, il problema potrebbe essere almeno in parte attenuato, perché aumenterebbe il gettito contributivo a parità di occupati. Eventualità che non si realizza se le retribuzioni rimangono sostanzialmente stagnanti.
È anche per questo che l’andamento dell’economia e la dinamica salariale incidono in modo diretto e rilevante sulla tenuta del sistema pensionistico.
Il terzo fattore, forse il più rilevante nel lungo periodo, è l’allungamento dell’aspettativa di vita, in particolare dopo i 65 anni.
Grazie ai progressi della medicina e al miglioramento delle condizioni sociali, nei Paesi sviluppati si vive mediamente più a lungo. In un sistema a ripartizione questo implica che ogni generazione percepisce la pensione per un periodo più esteso rispetto a quella precedente, aumentando la pressione sulla spesa complessiva.
È proprio per rispondere a questa tendenza di fondo che molti ordinamenti hanno posticipato le finestre di accesso alla pensione.
L’obiettivo è “spalmare” una parte dell’aumento della vita media sul tempo trascorso al lavoro, evitando che l’intero onere ricada sui conti pubblici.
Questo criterio mira a preservare l’equità intergenerazionale e la sostenibilità finanziaria del sistema.
In assenza di correttivi, infatti, il rischio sarebbe quello di generare squilibri strutturali: i contributi versati dai lavoratori attivi potrebbero non essere sufficienti a coprire le pensioni erogate, costringendo lo Stato a intervenire ancora di più con risorse aggiuntive, attraverso un aumento del debito pubblico o della pressione fiscale.
Il sistema a ripartizione è adottato da numerosi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Spagna e Germania. Proprio quest’ultima è stata impegnata, negli ultimi mesi, in un complesso processo di riforma del proprio sistema pensionistico, volto a fronteggiare le pressioni demografiche e finanziarie legate all’invecchiamento della popolazione.
Cos’è un sistema pensionistico a capitalizzazione?
Nel sistema a capitalizzazione, i contributi versati dai lavoratori non vengono usati per pagare immediatamente le pensioni degli altri, ma vengono accumulati e investiti sui mercati finanziari nel tempo.
Ogni individuo “costruisce” un proprio fondo pensione, che crescerà nel corso degli anni per effetto dei rendimenti generati dagli investimenti finanziari.
In questo contesto, esistono due modelli di riferimento:
- fondi a contribuzione definita, nei quali ciascun lavoratore è titolare di una posizione individuale nella quale confluiscono i contributi versati, sia nella componente stabilita obbligatoriamente sia, eventualmente, in quella aggiuntiva volontaria. I versamenti effettuati danno luogo a un “montante” che viene investito nei mercati finanziari e che, al momento del pensionamento, viene trasformato in una rendita vitalizia, cioè una pensione che viene pagata finché il soggetto è in vita.
In questo modello, l’ammontare della prestazione finale dipende dall’entità dei contributi versati e dai rendimenti ottenuti nel tempo: il rischio finanziario dell’investimento resta quindi in capo al lavoratore/pensionato. - fondi a prestazione definita dove, invece, il beneficio pensionistico è determinato a priori sulla base di una formula che lega la prestazione al proprio reddito e al numero di anni di contribuzione, in modo per certi versi analogo a quanto avviene nei sistemi pubblici a ripartizione di tipo retributivo.
In questo caso, il lavoratore conosce già subito l’entità della pensione attesa, mentre il rischio legato all’andamento degli investimenti viene trasferito dall’assicurato all’ente che gestisce il fondo pensione.
Nel sistema a capitalizzazione esiste un legame diretto tra i contributi versati durante la vita lavorativa e la prestazione pensionistica finale.
Questo meccanismo tende a incentivare una maggiore consapevolezza previdenziale, favorendo una cultura del risparmio individuale e della responsabilità finanziaria. Ciascun individuo accumula una propria posizione patrimoniale, che cresce nel tempo in funzione dei versamenti effettuati e dei rendimenti conseguiti.
Proprio per questa ragione, il sistema a capitalizzazione non si fonda su un trasferimento diretto di risorse tra generazioni e le pensioni non dipendono in modo immediato dal rapporto numerico tra lavoratori attivi e pensionati.
Tuttavia, ciò non significa che esso sia del tutto immune dalle dinamiche demografiche. Un marcato squilibrio tra popolazione attiva e popolazione anziana può comunque produrre effetti indiretti sul sistema, incidendo sulla crescita dell’inflazione e sull’andamento dei mercati finanziari e, di conseguenza, sui rendimenti degli investimenti che alimentano le prestazioni pensionistiche.
Dall’altra parte, è opportuno ricordare che nel sistema a capitalizzazione la pensione futura è totalmente esposta al rischio finanziario, sia esso in capo all’assicurato o all’ente gestore.
L’ammontare della prestazione dipende in larga misura dall’andamento dei mercati e dalle scelte di investimento effettuate nel tempo. In fasi di crisi finanziaria o di crescita modesta degli investimenti, chi si avvicina al pensionamento può trovarsi con un capitale inferiore alle aspettative, soprattutto se la strategia adottata non è coerente con il proprio orizzonte temporale e con il profilo di rischio.
Questo modello può, inoltre, accentuare le disuguaglianze sociali.
Lavoratori con carriere discontinue, periodi di inattività o livelli retributivi più bassi tendono ad accumulare risorse limitate e rischiano di percepire pensioni insufficienti. In assenza di adeguati meccanismi di compensazione o di protezione pubblica, tali differenze possono tradursi in disparità significative e in tensioni sociali.
Un ulteriore elemento critico riguarda i costi di gestione.
L’intervento di soggetti esterni nella gestione dei contributi comporta inevitabilmente oneri amministrativi e finanziari. In mancanza di un’adeguata regolamentazione o di una sufficiente competenza finanziaria da parte degli aderenti, commissioni elevate possono erodere in modo significativo i rendimenti nel lungo periodo, riducendo l’efficacia complessiva del sistema.
Il sistema pensionistico del Cile è uno degli esempi di modello a capitalizzazione più citati: dopo la riforma degli anni ’80, i lavoratori contribuiscono a conti individuali gestiti da fondi privati anche se è previsto un livello “base” della cosiddetta Pensione garantita universale (Pgu), pari a circa 250 € mensili.
Anche paesi come il Regno Unito, i Paesi Bassi, la Norvegia e la Svezia integrano varie componenti di capitalizzazione nei loro sistemi pensionistici, anche se spesso in combinazione con schemi pubblici, come vedremo nel prossimo paragrafo.
Sistemi misti: cercare il meglio di entrambi i modelli
La realtà di molti paesi non è bianca o nera. Esistono modelli misti che combinano elementi di ripartizione e capitalizzazione per bilanciare solidarietà e sostenibilità, protezione sociale e responsabilità individuale.
Il sistema pensionistico del Regno Unito, ad esempio, è tradizionalmente strutturato su tre livelli (tiers), di cui i primi due di natura obbligatoria:
- il primo livello è rappresentato dalla Basic State Pension (BSP), erogata sia ai lavoratori dipendenti sia ai lavoratori autonomi. Si tratta di una prestazione di importo relativamente contenuta, concepita come una pensione di base piuttosto che come una fonte di reddito autosufficiente. Il modello previdenziale britannico presuppone infatti che il pensionato integri la BSP con altre forme di reddito, pubbliche o private.
- Il secondo livello è costituito dalla State Second Pension (S2P), destinata esclusivamente ai lavoratori dipendenti. Le prestazioni dipendono dall’ammontare e dalla tipologia dei redditi percepiti, sui quali sono calcolati i contributi versati al sistema di National Insurance che presenta una finalità redistributiva: il sistema è disegnato per garantire benefici relativamente più elevati ai lavoratori con redditi medio-bassi, in particolare ai cosiddetti moderate earners.
- Il secondo livello del modello britannico può essere sostituito, in alternativa, da schemi pensionistici privati (terzo livello) attraverso il meccanismo del contracting out. I lavoratori hanno infatti la possibilità di optare per fondi pensione aziendali (occupational pensions) o per forme pensionistiche individuali (personal o stakeholder pensions), trasferendo parte della contribuzione obbligatoria verso sistemi a capitalizzazione. Questo elemento ha storicamente favorito un ampio sviluppo della previdenza complementare nel Regno Unito, riducendo il peso relativo del pilastro pubblico.
Anche il modello svedese presenta una struttura per certi versi analoga, sebbene con caratteristiche proprie e una più forte integrazione tra ripartizione e capitalizzazione all’interno del pilastro pubblico.
In Svezia, infatti, il sistema pubblico si articola in tre componenti distinte:
- La prima è rappresentata dalle prestazioni basate sul reddito, finanziate secondo il criterio della ripartizione e che costituiscono la parte principale del pilastro pubblico.
- A questa si affianca la cosiddetta "premium pension”, finanziata a capitalizzazione e amministrata dalla Premium Pension Authority. Una quota pari al 2,5% del reddito pensionabile viene accantonata in conti individuali, che i lavoratori possono investire scegliendo fino a cinque fondi tra quelli offerti da gestori indipendenti registrati, in un universo che supera i 700 strumenti disponibili.
In tale direzione, lo Stato ha istituito un fondo pensione pubblico di default: i contributi confluiscono nel Premium Saving Fund, gestito dal Seventh National Swedish Pension Fund (AP7) e che rappresenta uno dei fondi pensione più grandi al mondo. - Infine, il sistema svedese prevede una pensione garantita, subordinata a una verifica della propria situazione reddituale, che assicura un livello minimo di reddito alle persone con più di 65 anni che dispongono di risorse limitate e che risiedono in Svezia da almeno 40 anni. Questo strumento svolge una funzione di protezione sociale essenziale, compensando le eventuali carenze delle componenti contributive.
Quale sistema è il “migliore”?
La scelta tra sistema a ripartizione e a capitalizzazione non si risolve con un sì o un no netto.
Entrambi i modelli hanno punti di forza e limiti, e la loro efficacia dipende dal contesto demografico, istituzionale, culturale ed economico di ciascun paese.
E, in qualsiasi caso, in queste valutazioni ogni sistema deve affrontare una domanda fondamentale: quale società vogliamo essere? Perché il sistema pensionistico che si vuole adottare esprime direttamente i valori profondi di un determinato Paese, riflette le sue scelte su come tutelare i propri cittadini nel lungo periodo, come distribuire oneri e benefici tra generazioni e come garantire dignità a chi ha dedicato la vita al lavoro.
La tendenza generale nelle economie avanzate è sempre più quella di orientarsi verso modelli misti che combinano:
- una pensione pubblica di base, spesso a ripartizione, per garantire livelli minimi di reddito agli anziani;
- una componente privata, a capitalizzazione, realizzata per il tramite di fondi pensione per integrare la pensione pubblica e sostenere livelli di vita adeguati.
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E proprio in questa direzione sembra muoversi, indirettamente, anche l’Italia.
Pur mantenendo formalmente lo Stato come principale erogatore delle pensioni, il sistema pensionistico nazionale ha visto, negli ultimi decenni, una progressiva evoluzione dettata anche dalla piena attuazione del metodo di calcolo contributivo che lega strettamente l’importo della pensione ai contributi effettivamente versati lungo l’intera carriera lavorativa, sostituendo gradualmente il precedente sistema retributivo, che garantiva una prestazione calcolata in proporzione all’ultima retribuzione percepita.
Il combinarsi inoltre di altri fattori strutturali, come l’andamento demografico caratterizzato da una popolazione che invecchia rapidamente, il rallentamento della crescita economica e la stagnazione dei salari reali, produce effetti concreti sul futuro previdenziale dei lavoratori.
Le simulazioni più recenti indicano che, per chi andrà in pensione nei prossimi 15-20 anni, l’ammontare della pensione potrebbe oscillare tra il 50% e il 60% dell’ultimo stipendio percepito, una riduzione significativa rispetto ai livelli garantiti dal sistema retributivo tradizionale.
Questo scenario riflette non solo l’impatto del contributivo, ma anche le conseguenze dell’allungamento dell’aspettativa di vita e della necessità di garantire la sostenibilità finanziaria del sistema pubblico.
In questo contesto, diventa cruciale che i cittadini comprendano appieno le dinamiche sottostanti al sistema pensionistico italiano, per pianificare in maniera consapevole il proprio percorso previdenziale. Informarsi sul funzionamento dei fondi pensione, privati o collettivi, valutare strategie di risparmio aggiuntive e considerare scenari realistici di reddito futuro non è più facoltativo, ma una componente essenziale di una gestione previdenziale responsabile e lungimirante.
In definitiva, l’Italia, pur rimanendo ancorata a un sistema pubblico, si trova a sperimentare indirettamente una transizione verso logiche più vicine alla capitalizzazione, almeno nei suoi effetti sul reddito pensionistico atteso. Desideri capire e gestire al meglio la tua situazione pensionistica ma non sai da che parte cominciare? Oppure vuoi valutare le opportunità offerte dalla previdenza complementare e dai fondi pensione? Con Elsa Premium Smart, il servizio di Ciao Elsa nel quale analizziamo la tua posizione previdenziale, ricostruiamo i versamenti effettuati negli anni e definiamo insieme un piano su misura per massimizzare le possibilità a tua disposizione!

