I fondi pensione possono fallire? La verità su rischi e sicurezza

I fondi pensione possono fallire?” è una delle domande che più frequentemente si pone sui social, i blog specializzati e… alla macchinetta del caffè. 

Il timore è comprensibile perché si tratta di strumenti d’investimento di medio-lungo periodo che possono raccogliere un volume importante di risparmi nel corso di un’intera vita lavorativa.

La risposta, però, è più rassicurante di quanto si possa pensare: i fondi pensione italiani non possono fallire

Tuttavia, per comprendere davvero il livello di sicurezza di questi strumenti, è necessario distinguere tra rischio di fallimento e rischio finanziario e analizzare come funziona il sistema nel suo complesso.

Le ragioni del mito

Perché molte persone credono che un fondo pensione possa fallire? 

È una domanda molto interessante perché tocca la percezione del rischio più che il rischio reale. Il fatto che molte persone temano il “fallimento” di un fondo pensione non nasce dal caso, ma da una serie di esperienze storiche, soprattutto internazionali, che vengono spesso interpretate in modo impreciso.

Per capire da dove nasce questo timore, bisogna distinguere tra tre fenomeni diversi: 

  • fallimento di un ente
  • riduzione delle prestazioni
  • perdite finanziarie

Nei sistemi esteri, questi tre aspetti si sono spesso intrecciati, generando confusione.

Il caso delle pensioni aziendali negli Stati Uniti

Uno degli esempi più citati è quello dei fondi pensione aziendali negli Stati Uniti.

Molti lavoratori americani, soprattutto in passato, erano iscritti a piani pensionistici a prestazione definita (defined benefit), gestiti direttamente dalle aziende. In questo modello, l’impresa garantisce un determinato livello di pensione futura, indipendentemente dall’andamento degli investimenti.

Quando grandi aziende sono fallite o hanno avuto gravi difficoltà finanziarie, come nel caso di General Motors o United Airlines nei primi anni 2000, i loro piani pensionistici sono entrati in crisi. 

In questi casi, non è “fallito il fondo pensione” in senso tecnico, ma è venuto meno il soggetto che garantiva le prestazioni, ovvero l’azienda. Il risultato per i lavoratori è stato una riduzione delle pensioni attese, spesso con l’intervento del Pension Benefit Guaranty Corporation (PBGC), un ente federale che assicura parzialmente le pensioni.

Dal punto di vista di un osservatore, però, l’effetto è stato percepito come un “fallimento”, anche se il meccanismo è molto diverso da quello italiano.

Il caso Enron: quando il rischio è nella concentrazione

Un altro esempio emblematico è quello di Enron.

Nel 2001, il colosso energetico americano fallì a seguito di uno scandalo contabile. Il fondo pensione aveva investito una parte significativa del proprio patrimonio in azioni della stessa azienda.

Quando il titolo crollò, il valore dei risparmi pensionistici si ridusse drasticamente.

Anche qui, non si trattava di un fondo pensione “fallito”, ma di una perdita finanziaria legata a una scarsa diversificazione degli investimenti. Tuttavia, nella percezione collettiva, questo evento ha rafforzato l’idea che i risparmi previdenziali possano andare “in fumo”.

Il caso italiano dell'INPGI

Un esempio molto interessante, questa volta italiano, che aiuta a comprendere perché spesso si teme il “fallimento” delle pensioni è quello dell’INPGI, l’Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani.

L’INPGI gestisce la previdenza obbligatoria dei giornalisti professionisti ed è basato su un sistema a ripartizione, cioè lo stesso principio su cui si fonda l’INPS: i contributi versati dai lavoratori attivi vengono utilizzati per pagare le pensioni correnti. 

Non è, quindi, un fondo pensione, ma una cassa di previdenza di primo pilastro. 

Negli anni, però, questo equilibrio si è progressivamente deteriorato. 

Il settore dell’editoria ha attraversato una lunga crisi, con una riduzione significativa dei giornalisti occupati e, di conseguenza, dei contributi versati. Allo stesso tempo, il numero dei pensionati è aumentato. 

Inoltre, va segnalato che l’INPGI, non essendo soggetto per sua natura a particolari vincoli negli investimenti, aveva concentrato una quota significativa del proprio patrimonio nel settore immobiliare proprio alla vigilia del crollo del mercato seguito dalla crisi finanziaria del 2009. 

Il risultato è stato uno squilibrio strutturale e un consistente problema di gestione del patrimonio, non adeguatamente diversificato. 

Di fronte a questa situazione, l’INPGI non è “fallito” nel senso tecnico del termine, ma è stato oggetto di un intervento normativo straordinario che ha portato l’ente ad essere “scorporato” in due parti: una, quella destinata ai giornalisti che lavorano come dipendenti, è stata incorporata in INPS; l'altra, quella dei giornalisti liberi professionisti, è rimasta attiva come INPGI.

Perché questi esempi generano confusione in Italia

Tutti questi casi hanno un elemento in comune: riguardano sistemi pensionistici diversi dai fondi pensione italiani. In particolare, molti di questi esempi si riferiscono a:

  • fondi aziendali legati alla solidità dell’impresa;
  • sistemi a ripartizione: il problema non è stato legato a investimenti finanziari sbagliati, ma a fattori demografici ed economici. Meno lavoratori attivi, più pensionati e contributi insufficienti a sostenere le prestazioni;
  • schemi a prestazione definita, dove l’importo delle pensioni è determinato a priori e non dipende direttamente dai contributi versati e dall’andamento dei mercati;
  • sistemi con minori vincoli di diversificazione negli investimenti o con maggiore concentrazione del rischio;

In Italia, invece, i fondi pensione sono disciplinati in modo diverso:

  • sono un sistema a capitalizzazione, in cui ogni aderente accumula una posizione individuale e non dipende dai contributi degli altri iscritti. Non esiste, quindi, il rischio che il sistema entri in crisi per squilibri demografici o occupazionali;
  • adottano un sistema a contribuzione definita il cui risultato finale è determinato in base agli effettivi contributi versati e ai rendimenti generati nel tempo;
  • prevedono la separatezza patrimoniale;
  • sono sottoposti a una vigilanza stringente.

Nel nostro ordinamento, i fondi pensione sono regolati dal Decreto Legislativo 252/2005, che stabilisce un principio molto chiaro: ai fondi pensione non si applica la disciplina del fallimento.

In altre parole, la legislazione italiana esclude esplicitamente la possibilità che un fondo pensione possa fallire come una normale società. 

Qualora un fondo dovesse attraversare difficoltà economiche o gestionali, si attivano procedure specifiche (l’amministrazione straordinaria o la liquidazione coatta amministrativa) entrambe sotto il controllo del Ministero del Lavoro e della COVIP, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione. Quest’ultima controlla la solidità patrimoniale dei fondi pensione, verifica il rispetto delle regole di investimento e interviene in caso di irregolarità o squilibri.

È però fondamentale chiarire un punto: 

Eventuali criticità non possono “ricadere” sulle posizioni individuali degli iscritti

Le risorse accumulate, infatti, sono giuridicamente separate sia dal fondo sia dai soggetti che lo gestiscono. Di conseguenza, eventuali creditori del fondo pensione non possono in alcun modo rivalersi sulle somme versate dagli aderenti, che restano sempre tutelate e nella piena disponibilità dei singoli iscritti.

Proviamo a chiarire il concetto con un esempio semplice.

Immaginiamo un fondo pensione con 1.000 iscritti. Ciascun aderente versa 2.000 € all’anno. Di questa somma, 20 € vengono trattenuti per coprire le spese amministrative del fondo, mentre i restanti 1.980 € vengono investiti nei mercati finanziari secondo la linea scelta dall’iscritto.

Dopo un anno, il fondo presenta due grandezze ben distinte. Da un lato, il bilancio economico del fondo sarà pari a 20.000 € (20 € moltiplicati per 1.000 iscritti), cioè le risorse utilizzate per sostenere la gestione operativa. Dall’altro lato, il patrimonio complessivo degli aderenti ammonterà a 1.980.000 € (1.980 € per 1.000 iscritti), che rappresenta la somma delle posizioni individuali investite.

La distinzione è fondamentale perché eventuali difficoltà economiche possono riguardare esclusivamente il bilancio del fondo, cioè quei 20.000 € destinati alla gestione, e non il patrimonio degli iscritti. Quest’ultimo, infatti, è giuridicamente separato e non può essere utilizzato per coprire i costi o eventuali perdite economiche del fondo stesso.

Anche in questo scenario, quindi, le posizioni degli iscritti restano intatte

Il patrimonio è separato e gli aderenti possono trasferire il proprio capitale ad un altro fondo pensione senza penalizzazioni, mantenendo il valore maturato.

Questo conferma che il rischio di perdere i propri risparmi per problemi “strutturali” del fondo non è una possibilità sul tavolo.

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Il vero rischio dei fondi pensione: non il fallimento, ma il mercato

Se il rischio di fallimento è escluso, resta il rischio finanziario.

I fondi pensione investono in strumenti come obbligazioni, azioni e fondi di investimento, seguendo la propria strategia d’investimento ma, soprattutto, regole molto rigide in termini di diversificazione e prudenza previste dalla regolamentazione italiana.

Ne abbiamo parlato in un nostro articolo dedicato sugli investimenti dei fondi pensione; qui in breve:

  • La normativa prevede che una parte prevalente degli investimenti dei fondi pensione sia effettuata sui mercati regolamentati come, ad esempio, Borsa Italiana. Si tratta di piattaforme organizzate in cui diversi intermediari autorizzati possono inserire, per conto proprio o dei clienti, ordini di acquisto e vendita di strumenti finanziari, nel rispetto di regole precise e condivise.

Il funzionamento di questi mercati è basato su un sistema cosiddetto multilaterale: gli scambi non avvengono tramite un intervento diretto del gestore del mercato, ma si realizzano automaticamente quando ordini di acquisto e di vendita compatibili tra loro (per prezzo e quantità) – si incontrano all’interno del sistema.

Un aspetto centrale dei mercati regolamentati è la trasparenza. Gli investitori possono accedere a informazioni dettagliate sia sugli strumenti finanziari sia sui soggetti che li emettono: dati economico-finanziari, eventi rilevanti, assetti proprietari e operazioni effettuate dai vertici aziendali. Questo livello di informazione contribuisce a rendere il mercato più efficiente e a ridurre le asimmetrie informative tra gli operatori. 

La normativa italiana, quindi, mira a far sì che i fondi pensione operino in contesti caratterizzati da elevata trasparenza, regole chiare e sistemi costantemente vigilati. In altre parole, tutte le operazioni devono avvenire in ambienti tracciabili e controllati, senza spazi per pratiche opache o non verificabili.

  • I fondi pensione non possono investire più del 5% delle proprie risorse in strumenti emessi da un singolo soggetto e non oltre il 10% in strumenti emessi da società appartenenti allo stesso gruppo.

    Facciamo un esempio. Ipotizziamo che il fondo pensione “Omega” abbia in portafoglio un titolo emesso dalla società “Verde”: tale titolo non può avere un valore superiore al 5% del valore complessivo del patrimonio investito. Inoltre, se la società “Verde” fa parte di un gruppo societario, i titoli delle singole società non possono superare il 10% (anche se individualmente rimangono sotto il 5%).

    In questo modo, il legislatore italiano impedisce una concentrazione eccessiva del rischio su singoli emittenti o gruppi societari. Si evita così il cosiddetto rischio di concentrazione, cioè la possibilità di legare in modo troppo forte il destino del portafoglio a poche realtà economiche. Il principio di fondo è quello della massima diversificazione: non mettere tutte le uova nello stesso paniere, perché se il paniere si rompesse, il danno sarebbe inevitabilmente più grave.

  • I fondi pensione possono investire anche in strumenti in valute estere, ma l’esposizione complessiva al rischio di cambio non può superare il 30% del patrimonio totale. Questa limitazione ha una finalità precisa: ridurre l’impatto delle oscillazioni valutarie, che possono influenzare in modo significativo il rendimento degli investimenti.

Detto questo, i mercati finanziari sono inevitabilmente soggetti a oscillazioni, e questo può influire sul valore della posizione individuale.

È quindi possibile che, in determinati periodi, il valore del proprio fondo pensione diminuisca. Questo non significa che il fondo sia in difficoltà o che stia fallendo: è semplicemente l’effetto della volatilità dei mercati.

Si può quindi perdere tutto con un fondo pensione per effetto delle oscillazioni di mercato? 

In condizioni normali, questo scenario è estremamente improbabile. Le regole di investimento impongono una forte diversificazione, limiti di concentrazione e controlli costanti da parte delle autorità di vigilanza.

Per arrivare alla perdita totale del capitale sarebbe necessario uno scenario estremo, in cui tutti gli investimenti del fondo subissero un crollo completo e irreversibile. Si tratta di un’ipotesi teorica, che va ben oltre la semplice dinamica dei mercati finanziari e che avrebbe conseguenze sistemiche sull’intero sistema economico.

In una situazione di questo tipo, infatti, non sarebbero in discussione soltanto le posizioni dei fondi pensione, ma anche la stabilità dei conti correnti, del sistema bancario e, più in generale, della capacità stessa dello Stato e dell’economia di funzionare normalmente. 

Il rischio concreto è, invece, quello di ottenere rendimenti inferiori alle aspettative o di subire oscillazioni temporanee, soprattutto nel breve periodo. Ma non è sempre detto che sia uno svantaggio.

 

Come funzionano le oscillazioni nella fase di accumulo

Durante la fase di accumulo, cioè quando si versano contributi nel fondo pensione, le oscillazioni dei mercati possono avere anche effetti positivi.

Facciamo un esempio.

Immagina di andare al mercato e comprare delle mele con una certa regolarità, destinando sempre lo stesso budget, ad esempio 100 €. Non stai cercando di capire quando sia il momento perfetto per acquistare, né di “azzeccare” il prezzo migliore: il tuo obiettivo è semplicemente comprare mele in modo costante nel tempo.

In alcuni periodi il prezzo è alto, ad esempio 10 € per mela. Con i tuoi 100 € riesci quindi ad acquistarne 10. In altri momenti, invece, il prezzo scende a 5 € e con lo stesso budget ne porti a casa 20. In quel caso potresti dire che il mercato delle mele è “crollato”, ma tu continui comunque ad acquistare come sempre.

Successivamente il prezzo risale, ma non torna ai massimi iniziali, si attesta, ad esempio, a 8 €. In questa fase, con i tuoi 100 € compri poco più di 12 mele.

A distanza di tempo, però, ciò che conta davvero non è il prezzo delle mele in un singolo momento, ma quante mele hai accumulato complessivamente e a quale valore sono valutate nel momento in cui decidi di rivenderle.

Nel nostro esempio:

  • hai speso in totale 300 €
  • hai accumulato 42 mele, acquistate in momenti diversi e a prezzi differenti
  • se oggi le vendessi a 8 €, incasseresti 336 € (42 mele × 8 €), anche se il prezzo non è mai tornato ai massimi iniziali di 10 €

Nei mercati finanziari il meccanismo è molto simile.

Quando i mercati salgono, le quote del fondo “costano di più” e con lo stesso versamento ne acquisti meno. 

Quando i mercati scendono, le quote “costano meno” e con lo stesso importo ne acquisti di più.

Le fasi di ribasso, che spesso spaventano chi investe, diventano in realtà momenti in cui si comprano “mele in saldo.

Nel lungo periodo, l’alternanza tra fasi positive e negative contribuisce a ridurre il prezzo medio di carico dell’investimento. 

In definitiva, come nel caso delle mele, non è il singolo prezzo di acquisto a determinare il risultato finale, ma la continuità nel tempo e la capacità di attraversare le oscillazioni dei mercati

È proprio questa variabilità, spesso percepita come un rischio, a diventare nel lungo periodo uno degli elementi che contribuiscono alla costruzione del valore; va inoltre considerato che il fondo pensione, per via delle regole che disciplinano il ritiro della liquidità (ad esempio, anticipi e riscatti), è uno strumento che può tollerare più facilmente le oscillazioni dei mercati. 

Il momento più delicato è quello del pensionamento, quando il capitale accumulato viene convertito in rendita o liquidato in capitale

Se i mercati sono in una fase negativa, il valore finale può risultare inferiore. 

ciao elsa smart

L’importanza della scelta della linea di investimento

Per questa ragione, i fondi pensione mettono a disposizione diverse linee di investimento, costruite per rispondere a esigenze differenti in termini di orizzonte temporale, tolleranza al rischio e obiettivi previdenziali. 

Le linee garantite rappresentano la soluzione più prudente: prevedono la restituzione del capitale almeno in corrispondenza di eventi specifici, come il pensionamento. Il loro obiettivo non è la massimizzazione del rendimento, ma la conservazione del capitale accumulato. Per questo motivo risultano particolarmente adatte nella fase finale del percorso previdenziale, quando il tempo per recuperare eventuali oscillazioni di mercato è limitato.

Le linee obbligazionarie hanno un profilo di rischio contenuto e puntano principalmente alla stabilità del capitale. Investono in titoli di debito emessi da Stati o società e mirano a generare rendimenti moderati ma regolari nel tempo. Sono spesso utilizzate da chi ha un orizzonte temporale intermedio o da chi desidera ridurre la volatilità del proprio investimento senza rinunciare completamente alla crescita.

Le linee bilanciate rappresentano un punto di equilibrio tra stabilità e crescita. Combinano strumenti obbligazionari e azionari, cercando di sfruttare i benefici di entrambe le componenti: da un lato la solidità delle obbligazioni, dall’altro il potenziale di rendimento delle azioni. Sono spesso indicate per chi ha un orizzonte temporale medio e vuole mantenere un profilo di rischio intermedio, accettando una certa volatilità in cambio di maggiori opportunità di crescita.

Le linee azionarie, invece, sono orientate alla crescita del capitale nel lungo periodo. Investono prevalentemente in strumenti azionari e sono caratterizzate da una maggiore volatilità, cioè da oscillazioni più ampie del valore nel tempo. Il loro obiettivo è massimizzare il rendimento nel lungo periodo, sfruttando la crescita dei mercati finanziari. Sono particolarmente adatte a chi ha molti anni davanti a sé prima del pensionamento e può quindi “assorbire” le fasi di mercato negative senza compromettere il risultato finale e beneficiare delle potenzialità di rendimento.

Accanto a queste linee tradizionali, molti fondi pensione offrono anche i cosiddetti percorsi life cycle. In questo caso non è l’aderente a scegliere una singola linea da mantenere nel tempo, ma è il fondo stesso a modificare progressivamente la composizione degli investimenti in base all’età. In una fase iniziale il portafoglio è più orientato verso asset rischiosi, come le azioni, mentre con l’avvicinarsi della pensione la gestione diventa gradualmente più prudente, aumentando il peso delle obbligazioni e delle linee garantite.

La logica di fondo è semplice: più tempo hai davanti a te, maggiore può essere l’esposizione al rischio, perché hai la possibilità di attraversare i cicli negativi dei mercati e beneficiarne nel lungo periodo. 

Al contrario, quando il traguardo pensionistico si avvicina, diventa prioritario proteggere il capitale accumulato, riducendo l’impatto delle oscillazioni.

Conclusione: sicurezza elevata, ma consapevolezza necessaria

In questo articolo abbiamo visto come i fondi pensione italiani non possano fallire, grazie a un impianto normativo solido e a un sistema di controlli rigorosi che ne garantisce la stabilità e la protezione del patrimonio degli aderenti.

Questo, però, non significa che siano strumenti privi di rischio

Il rischio esiste, ma non riguarda la “tenuta” del fondo o la perdita delle posizioni individuali per effetto di un fallimento istituzionale. È un rischio di natura finanziaria, legato cioè all’andamento dei mercati e alla dinamica degli investimenti nel tempo.

Comprendere questa distinzione è essenziale per approcciarsi in modo corretto alla previdenza complementare. 

Da un lato, infatti, esiste un elevato livello di tutela sul piano giuridico e strutturale, dall’altro, permane la variabilità tipica dei mercati finanziari, che può incidere sul valore del capitale accumulato. 

La scelta della linea di investimento, la coerenza con l’orizzonte temporale e la capacità di mantenere una strategia costante nel lungo periodo sono elementi fondamentali per ottenere risultati efficaci.

ciao elsa comparatore fondi pensione

Link utili e approfondimenti

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