Ciao Elsa da “The Bull”: i falsi miti della previdenza complementare. Parte 2: “alla pensione, non posso ritirare tutto il capitale”

Di recente Anna Vinci, CEO e co-founder di Ciao Elsa, ha partecipato a una puntata di The Bull – Il tuo podcast di finanza personale, un progetto che ogni settimana propone approfondimenti concreti su risparmio, investimenti e gestione del denaro. L’intervista, dedicata al tema della previdenza complementare, ha offerto l’occasione per affrontare in modo semplice e diretto molti dei dubbi che circondano i fondi pensione.

Nel corso della conversazione, Anna ha illustrato con grande chiarezza come funzionano davvero questi strumenti, alternando spiegazioni tecniche alla propria esperienza personale. 

Ha raccontato, per esempio, come abbia compreso solo in un secondo momento quanto sia fondamentale informarsi con attenzione, soprattutto quando si tratta di scegliere cosa fare del TFR, una decisione che può incidere in modo significativo sul futuro previdenziale.

L’episodio ha toccato poi i tre dubbi più frequenti che emergono quando si parla di fondi pensione.

In un nostro precedente articolo, ci siamo focalizzati sull’idea (sbagliata) secondo cui “una volta versati, i soldi non si rivedono più fino al giorno della pensione”.

Oltre a questo “falso mito”, tra tutti i luoghi comuni che circolano sulla previdenza complementare, ce n’è uno che continua a ripresentarsi con tenacia: la convinzione che:

al momento della pensione si possa ritirare dal fondo pensione sempre e solo “al massimo il 50%” del montante accumulato in conto corrente, mentre la rimanente parte sia obbligatoriamente da destinare in forma di rendita. 

Nella realtà, però, il quadro è molto diverso

La “regola del 50%” esiste, ma è solo una delle tre possibilità previste dalla legge, e soprattutto non rappresenta la soluzione valida per tutti.

Comprendere come funzionano davvero le prestazioni finali dei fondi pensione è essenziale per pianificare il proprio futuro finanziario in modo consapevole. Il momento del pensionamento, infatti, non è un semplice passaggio amministrativo, ma una fase in cui si decide come trasformare gli sforzi di una vita in reddito e liquidità. Per questo è necessario fare chiarezza e superare i miti che da troppo tempo alimentano confusione.

Perché molti credono al limite del 50% in capitale

L’origine del mito è probabilmente legata alla “natura” dei fondi pensione. 

La previdenza complementare nasce per integrare l’assegno pensionistico pubblico, colmando quel divario, chiamato “pension gap”, tra l’ultimo stipendio e l’importo della prima pensione. 

In questo senso, il legislatore ha sempre immaginato il fondo come uno strumento destinato principalmente a erogare una rendita, cioè un importo aggiuntivo che si affianca alla pensione pubblica e accompagna la persona per tutta la vita. L’idea di fondo quindi è proprio quella di costruire, nel tempo, una seconda fonte di reddito stabile e continuativa, capace di integrare ciò che sarà erogato dal sistema pensionistico obbligatorio.

Tuttavia il D.lgs. 252/2005, che disciplina il funzionamento dei fondi pensione e introduce anche importanti vantaggi fiscali per chi si iscrive, specifica chiaramente che al momento del pensionamento esistono diverse modalità per ritirare quanto accumulato. Nonostante ciò, complice un linguaggio normativo non sempre immediato e una scarsa familiarità con queste regole, si è diffusa l’idea che esista solo questa opzione. 

Vale quindi la pena fare chiarezza su come stiano davvero le cose.

Le tre modalità previste dalla legge per ricevere il fondo pensione

Quando si raggiunge la pensione, l’aderente ha davanti a sé tre possibilità. 

  • La prima opzione consiste nel trasformare l’intero montante accumulato nel fondo pensione in una rendita vitalizia, disponibile in diverse versioni.

    Spesso infatti si tende a dimenticare che i fondi non offrono un’unica formula di rendita, ma prevedono più tipologie tra cui scegliere. Oggi, la più richiesta è quella “controassicurata”: in questo caso, se l’iscritto dovesse venire a mancare anche a pochi anni dall’avvio della rendita, il capitale non ancora erogato viene corrisposto in un’unica soluzione ai beneficiari designati, direttamente sul loro conto corrente. È una scelta particolarmente adatta a chi considera fondamentale disporre di un’entrata stabile per mantenere il proprio tenore di vita durante la pensione, senza rinunciare alla possibilità di garantire una tutela economica ai propri familiari.

  • La seconda opzione, quella da cui effettivamente nasce il falso mito oggetto dell’articolo, permette di ritirare subito fino ad un 50% del montante in forma di capitale, mentre la rimanente parte viene convertita in rendita. Una possibilità per chi ritiene utile attivare un’entrata “extra” oltre alla pensione grazie alla rendita, ma desidera ricevere una parte degli importi in conto corrente per le spese correnti e/o i vari progetti di vita.
     
  • La terza opzione consente invece di ritirare tutto il fondo pensione in forma di capitale, senza attivare alcuna rendita.

È però importante chiarire subito un punto: il ritiro totale del 100% non è sempre consentito, perché la normativa prevede alcune condizioni precise che devono verificarsi.

La legge stabilisce infatti che il capitale possa essere interamente liquidato solo quando, convertendo in rendita il 70% del montante accumulato, si ottiene un importo di rendita inferiore alla metà dell’assegno sociale previsto per quell’anno.

Considerando che oggi l’assegno sociale è di circa 7.000 € annui, l’importo di riferimento si colloca intorno ai 3.500 €.

Ragionando al contrario, è possibile individuare, almeno indicativamente, il valore soglia “massimo” del fondo pensione oltre il quale non è possibile richiedere l’erogazione totale in capitale.

Attualmente: 

  • un uomo che accede alla pensione a 67 anni può ritirare tutto il montante se il valore del proprio fondo è inferiore, in via approssimativa, ai 100.000 € e i 110.000 €;

  • per una donna della stessa età la soglia è leggermente più alta, e oscilla mediamente tra i 115.000 e i 120.000 €. 

La differenza deriva dai coefficienti utilizzati per trasformare il capitale in rendita, che potrebbero variare in base all’età, al genere e alle diverse aspettative di vita.

È fondamentale ricordare che queste soglie non sono fisse nel tempo. Si aggiornano periodicamente perché dipendono sia dall’importo dell’assegno sociale sia dai coefficienti di conversione applicati dalle compagnie assicurative. Per questo motivo non vanno lette come un limite rigido.

Attenzione: se sei un dipendente pubblico iscritto a un fondo pensione negoziale di categoria, ti suggeriamo di leggere il nostro approfondimento perché l’importo “soglia” di riferimento è differente. 

Fatte queste premesse, è naturale che emergano alcuni dubbi operativi. In particolare, qualcuno potrebbe chiedersi:

  • Se possiedo più fondi pensione, la soglia che determina la possibilità di ritirare tutto in capitale si applica a ciascun fondo singolarmente oppure alla somma dei montanti accumulati?

  • In che modo la richiesta di anticipazioni influenza la soglia finale per il ritiro in capitale?

  • Quali effetti può avere la scelta di attivare R.I.T.A. sulla possibilità di accedere al capitale in forma integrale?

Analizziamoli insieme. 

Più fondi pensione: come funziona la “soglia”

Ad oggi, la regola del “montante soglia” si applica a ciascun fondo pensione considerato singolarmente

Ciò significa che, se invece di un unico fondo ne possiedi due o più, e ognuno di essi presenta un montante inferiore alla soglia prevista, potresti richiedere il 100% del capitale da ciascuno.

Esempio pratico.

Fondo pensione n.1: montante di 100.000 €

Fondo pensione n.2: montante di 30.000 €

Anche se il totale accumulato è pari a 130.000 €, una cifra che, presa nel suo insieme, non consentirebbe l’accesso al capitale integrale, per un soggetto che oggi ha 67 anni, la suddivisione su due fondi cambia completamente lo scenario. In entrambi i fondi, infatti, il 70% del montante genera una rendita stimata inferiore alla metà dell’assegno sociale; di conseguenza, entrambi rientrano nelle condizioni per la liquidazione al 100% in forma di capitale.

Questo porta a una considerazione importante: se il tuo obiettivo, in vista del pensionamento, è quello di poter disporre integralmente del capitale accumulato, o almeno di non escluderlo a priori, può essere utile pianificare per tempo una strategia basata sulla diversificazione tra più fondi pensione, mantenendo il montante di ciascuno entro la soglia oltre la quale l’opzione del capitale totale non sarebbe più accessibile.

Grazie al comparatore di Ciao Elsa, puoi verificare quali fondi pensione meglio potrebbero adattarsi al tuo profilo: scopri come costruire il tuo futuro previdenziale in pochi click! 

Anticipazioni: abbassano la soglia?

Nei fondi pensione disciplinati dal D.Lgs. 252/2005 è possibile richiedere anticipazioni, in particolare:

  • per spese mediche per sé, per il coniuge o per i figli;
  • per acquisto o ristrutturazione della prima casa tua o dei figli; 
  • del 30% per “ulteriori esigenze”, senza specificare al fondo pensione la ragione della richiesta.

Immaginiamo quindi che un iscritto acceda alla pensione a 67 anni e possieda un fondo del valore di 130.000 €. 

In base alle regole attuali, con questo montante non potrebbe richiedere la liquidazione integrale in forma di capitale. Tuttavia, se decidesse di richiedere un’anticipazione pari al 30% per “ulteriori esigenze”, il valore residuo del fondo scenderebbe a circa 91.000 €, una cifra che potrebbe rientrare sotto la soglia necessaria per accedere al capitale totale al momento del pensionamento.

Va però precisato che non tutti gli anticipi hanno lo stesso trattamento fiscale e le stesse tempistiche

L’anticipo per spese mediche, ad esempio, può essere richiesto fin da subito e beneficia della stessa tassazione agevolata applicata al fondo al momento della pensione (tra il 15% e il 9% in base agli anni di iscrizione maturati). 

Gli anticipi per acquisto o ristrutturazione della prima casa e quelli per “ulteriori esigenze”, invece, possono essere richiesti solo dopo otto anni di iscrizione e sono soggetti a una tassazione separata e definitiva del 23%.

Questo significa che, richiedendo anticipazioni prima del pensionamento, si potrebbe perdere parte del vantaggio fiscale tipico della prestazione finale, ma allo stesso tempo si ottiene il risultato pratico di ridurre il montante al di sotto della soglia, rendendo possibile il ritiro dell’intero capitale al momento del pensionamento.

Attenzione: anche in questo caso, se sei un dipendente pubblico iscritto a un fondo pensione negoziale di categoria, ti suggeriamo di leggere il nostro approfondimento perché, te lo anticipiamo, tipi, modalità di erogazione delle anticipazioni, nonché il loro effetto sulla soglia finale, potrebbero essere diversi. 

R.I.T.A: l’alternativa al ritiro in capitale?

La RITA è una prestazione che permette di ricevere il capitale accumulato nel fondo pensione, a rate, prima di raggiungere l’età della pensione di vecchiaia (oggi fissata a 67 anni), fungendo da vera e propria “pensione anticipata” per chi perde il lavoro o desidera anticipare il reddito da previdenza complementare.

Possono richiedere la RITA i lavoratori che abbiano:

  • almeno 5 anni di adesione a un fondo pensione;
  • un’anzianità contributiva minima di 20 anni;

e che si trovino in specifiche condizioni di vicinanza all’età pensionabile o di inoccupazione.

In particolare, esistono due versioni della RITA:

  • RITA 1: può essere richiesta se mancano meno di 5 anni alla pensione di vecchiaia (oggi, 67 anni) e l’iscritto non sia occupato al momento della richiesta.

  • RITA 2: può essere richiesta se mancano fino a 10 anni alla pensione di vecchiaia e l’iscritto ha un periodo di inoccupazione di almeno 24 mesi.

In entrambi i casi, la prestazione funziona così:

  1. l’iscritto può scegliere se ricevere l’intero capitale del fondo o solo una parte in RITA;
  2. il fondo eroga l’importo scelto in rate fino al raggiungimento dell’età di vecchiaia (oggi, 67 anni);
  3. la tassazione segue le regole della pensione finale, variando dal 15% al 9% in base agli anni di permanenza nel fondo;
  4. è possibile revocare la RITA in qualsiasi momento, interrompendo l’erogazione delle rate residue.

Questo strumento rappresenta un’importante tutela per affrontare periodi di incertezza lavorativa o per anticipare l’accesso alla pensione integrativa. Inoltre, può essere strategicamente utilizzato per gestire il capitale prima della prestazione finale del fondo pensione, ad esempio per ridurre il montante sotto la soglia che limita il riscatto in forma di capitale.

Esempio pratico:

Immaginiamo un iscritto, che interrompe l’attività lavorativa prima della pensione o è già in pensione, con un fondo dal valore di 200.000 € che abbia 63 anni, quindi ancora quattro anni prima della pensione di vecchiaia (67 anni). Attivando la RITA, potrebbe ricevere i 200.000 € suddivisi in un totale di quattro anni, circa 50.000 € all’anno, rientrando completamente nel suo investimento in conto corrente.

In alternativa, potrebbe richiedere la RITA per due soli anni, ottenendo 100.000 € circa e riducendo così il montante del fondo sotto la soglia oltre la quale non sarebbe possibile ritirare tutto in capitale. A questo punto, l’iscritto può interrompere la rendita e richiedere subito la prestazione finale, che potrà essere erogata integralmente in forma di capitale.

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Conclusioni: più consapevolezza, meno miti

La gestione del proprio fondo pensione nella fase finale rappresenta uno dei momenti più delicati della vita finanziaria. Per affrontarlo con serenità servono informazioni corrette e una comprensione chiara delle regole che lo governano. La diffusione di alcuni falsi miti, però, può rendere più difficile prendere decisioni consapevoli, perché finisce per offuscare le reali opportunità previste dalla normativa.

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