
Negli ultimi mesi il dibattito sul sistema pensionistico italiano si è riacceso attorno a un tema particolarmente delicato: il possibile ritorno dei cosiddetti “esodati”.
Con questa espressione si indicano quei lavoratori che, aderendo ad accordi individuali o collettivi (come isopensione, assegni straordinari dei fondi di solidarietà o contratti di espansione) accettano di uscire anticipatamente dall’azienda con la garanzia di essere accompagnati fino alla maturazione dei requisiti per la pensione, ma che rischiano di trovarsi senza reddito qualora i requisiti pensionistici vengano nel frattempo innalzati.
In questi casi, infatti, gli strumenti di accompagnamento possono esaurirsi prima del raggiungimento dei requisiti, lasciando il lavoratore scoperto: senza stipendio e ancora lontano dal diritto all’assegno pensionistico.
Per comprendere la portata di questo fenomeno è utile tornare con la mente al passato.
Il fenomeno degli esodati emerse infatti con forza nel 2012, in un contesto economico estremamente complesso. Nel pieno della crisi del debito sovrano e sotto la pressione dei mercati finanziari, l’Italia fu chiamata a intervenire con urgenza per rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del sistema previdenziale.
Fu in questo scenario che il governo guidato da Mario Monti approvò una riforma strutturale del sistema pensionistico, passata alla storia come Legge Fornero, dal nome dell’allora ministra del Lavoro, Elsa Fornero.
Il cambiamento fu immediato nei suoi effetti.
Molti lavoratori avevano già sottoscritto accordi di uscita dal lavoro basati sulle regole precedenti, pianificando il passaggio alla pensione nel giro di pochi anni. Con l’entrata in vigore della riforma, però, quei requisiti vennero improvvisamente modificati, introducendo un innalzamento significativo dell’età pensionabile e criteri più stringenti per il pensionamento anticipato.
Circa 150.000 persone rischiarono di trovarsi in poco tempo senza lavoro e senza pensione.
Per affrontare questa emergenza, il Parlamento intervenne più volte con provvedimenti di salvaguardia, consentendo a specifiche categorie di lavoratori di andare in pensione secondo le regole precedenti alla riforma.
Ma perché oggi parliamo ancora del rischio “esodati”?
Approfondiamo insieme.
Pensioni 2027-2028: aumento dei requisiti e impatto della speranza di vita
Il punto di partenza è legato all’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. La legge di Bilancio 2026 ha previsto un incremento per il biennio 2027-2028:
- 1 mese in più nel 2027
- tre mesi a partire dal 2028
Ne abbiamo parlato in modo approfondito nel nostro articolo dedicato a capire come si andrà in pensione nel triennio 2026-2028: qui riportiamo gli aggiornamenti delle due principali uscite pensionistiche.

Questo meccanismo comporta uno slittamento in avanti dell’età o dei requisiti contributivi necessari per accedere alla pensione.
In modo analogo a quanto avvenuto nel 2012, il problema potrebbe dunque produrre effetti anche sui lavoratori già usciti o in procinto di uscire dal mercato del lavoro attraverso strumenti di prepensionamento.
Di conseguenza, l’ipotesi che l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita potesse creare vuoti tra la fine del lavoro e l’accesso alla pensione aveva generato forte preoccupazione.
Con la circolare n. 41 del 3 aprile 2026, però, l’INPS interviene in modo chiaro, offrendo un’interpretazione che ridimensiona i timori e rafforza le tutele.

Circolare INPS n. 41/2026: nessun vuoto di reddito tra lavoro e pensione (stop al rischio esodati)
La circolare INPS chiarisce in modo definitivo che le prestazioni di accompagnamento devono essere garantite fino alla prima decorrenza utile della pensione, anche se ciò comporta il superamento della loro durata ordinaria.
In altre parole, se i requisiti pensionistici si allungano, si allungano anche gli strumenti di sostegno al reddito. Questo meccanismo assicura continuità economica e neutralizza il rischio di nuovi esodati.
Nello specifico, la circolare conferma che:
- per gli assegni straordinari di sostegno al reddito erogati dai Fondi di solidarietà bilaterali di settore, attivati tramite accordi aziendali o territoriali per accompagnare i lavoratori a tempo indeterminato alla pensione entro un orizzonte di 5 o 7 anni (a seconda del Fondo), la normativa già prevede espressamente la possibilità di prorogare la prestazione fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici.
I principali fondi di solidarietà coinvolgono questi ambiti:- personale addetto al servizio della riscossione dei tributi erariali
- Gruppo Poste Italiane
- Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane
- aziende del settore dei servizi ambientali
- intersettoriali della Provincia autonoma di Trento
- imprese assicuratrici e delle società di assistenza.
- per i Fondi di solidarietà del credito e del credito cooperativo, viene riconosciuta ai rispettivi Comitati amministratori la facoltà di deliberare l’estensione della durata degli assegni, così da garantire la continuità del sostegno fino alla pensione;
- per l’Isopensione e i contratti di espansione (accordo che permette l'assunzione di nuove figure professionali e lo scivolo pensionistico fino a 5 anni per i dipendenti vicini alla pensione), l’INPS chiarisce che la prestazione deve essere comunque erogata fino alla prima decorrenza utile della pensione, anche qualora questa si collochi oltre la durata originariamente prevista, fermo restando l’obbligo per il datore di lavoro di sostenere integralmente l’onere economico, sia in termini di assegno sia di contribuzione correlata necessaria al perfezionamento dei requisiti pensionistici.
Riesame delle domande respinte: le nuove istruzioni INPS
Nella circolare è stato poi ripreso un punto molto importante.
Con il messaggio n. 558 del 17 febbraio 2026, l’INPS aveva inizialmente indicato che, a seguito dell’aumento dei requisiti pensionistici legato alla speranza di vita, le domande di accompagnamento alla pensione dovevano essere respinte quando la durata prevista della prestazione non risultava più sufficiente a coprire il periodo fino alla pensione.
In pratica, con l’aggiornamento dei requisiti per il pensionamento, in alcuni casi è cambiata la valutazione fatta dall’INPS: sulla base delle nuove tabelle, alcuni lavoratori non raggiungevano più la pensione entro il periodo coperto dall’assegno.
Questo ha portato al rigetto di domande che, invece, erano state presentate considerando le regole precedenti (quelle valide nel 2025).
La nuova circolare interviene proprio su questi casi, introducendo importanti novità. In particolare, per i lavoratori che hanno già lasciato il lavoro entro il 31 gennaio 2026:
- per l’isopensione, le domande potranno essere accolte anche se i nuovi requisiti facessero superare la durata ordinaria della prestazione. Le domande eventualmente respinte possono essere riesaminate, su richiesta del datore di lavoro e con il coinvolgimento del lavoratore;
- per gli assegni straordinari dei Fondi di solidarietà, le domande possono essere accolte e quelle respinte riesaminate, a condizione che i Comitati amministratori deliberino l’eventuale estensione della prestazione.
In sostanza, l’INPS corregge l’impostazione precedente per evitare penalizzazioni nei confronti di lavoratori e aziende che avevano già avviato percorsi di uscita sulla base delle vecchie regole.
Conclusioni: più tutele ma requisiti più alti
Con la sua circolare, l’INPS non modifica l’impianto della riforma pensionistica, né arresta l’aumento dei requisiti legato alla speranza di vita. Tuttavia, introduce un elemento fondamentale: la continuità della tutela economica.
Per i lavoratori, il chiarimento dell’INPS rappresenta un elemento di certezza.
Il rischio di rimanere senza reddito nella fase di transizione verso la pensione viene sostanzialmente eliminato.
Per le aziende e i consulenti, invece, emerge la necessità di una pianificazione ancora più attenta. I percorsi di uscita anticipata restano validi, ma devono essere costruiti tenendo conto anche dei requisiti pensionistici “in via prospettica” e dei possibili adeguamenti futuri.

