
Nel sistema previdenziale italiano esistono diversi strumenti pensati per accompagnare i lavoratori verso il pensionamento quando si trovano in situazioni di ristrutturazione aziendale o di riduzione del personale.
Tra questi uno dei più rilevanti è l’isopensione, una misura introdotta per consentire alle aziende private di gestire gli esuberi attraverso un’uscita anticipata dei lavoratori dipendenti più vicini alla pensione.
Per comprendere davvero il ruolo di questo istituto è necessario analizzarne la struttura, il funzionamento e soprattutto il contesto storico in cui è nato.
La nascita dell’isopensione nel sistema previdenziale italiano
L’isopensione nasce formalmente con la Legge n. 92 del 2012, la riforma del mercato del lavoro approvata pochi mesi dopo la riforma pensionistica (Legge Monti - Fornero) che introduce la possibilità per le imprese di accompagnare alla pensione i lavoratori più anziani attraverso un meccanismo di uscita anticipata finanziato interamente dal datore di lavoro.
L’obiettivo è quello di offrire alle aziende uno strumento flessibile per gestire situazioni di eccedenza di personale o processi di riorganizzazione.
Il principio alla base dell’isopensione è relativamente semplice:
- l’azienda privata e le organizzazioni sindacali concordano un programma di uscita anticipata per i lavoratori a una certa distanza dal pensionamento;
- il rapporto di lavoro viene formalmente chiuso;
- il lavoratore riceve un assegno mensile dall’INPS pari alla pensione teorica che percepirebbe in quel momento, fino al raggiungimento dei requisiti pensionistici effettivi.
Ma attenzione: a differenza di altri strumenti di accompagnamento alla pensione, l’isopensione non grava sul sistema previdenziale pubblico.
Tutti i costi sono sostenuti dal datore di lavoro, che deve finanziare sia l’assegno mensile percepito dal lavoratore (anche se erogato dall’INPS), sia i contributi previdenziali necessari per completare la carriera contributiva del lavoratore.
Vediamo meglio come.
A chi è rivolta l’isopensione
La prestazione è destinata ai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e ai dirigenti di aziende private che si trovano in situazione di esubero. Parliamo quindi di lavoratori del settore privato, mentre questa misura non è prevista per il pubblico impiego.
Per poter accedere al programma, il lavoratore deve maturare i requisiti minimi per la pensione di vecchiaia o anticipata entro un periodo massimo previsto dalla normativa.
Nella versione originaria della norma, l’isopensione poteva essere utilizzata per accompagnare alla pensione lavoratori che si trovavano a non più di quattro anni dalla pensione. Questo limite era coerente con l’idea iniziale dello strumento: una soluzione di breve periodo per gestire le uscite dei lavoratori più anziani.
Negli anni successivi, con la Legge n. 205 del 2017, eccezionalmente per il periodo 2018 - 2026, il periodo massimo di accompagnamento è stato esteso fino a sette anni, rendendo lo strumento molto più flessibile e utilizzabile in contesti aziendali complessi.
Salvo modifiche normative, dunque, dal 2027 il requisito temporale torna a essere di quattro anni dalla maturazione del pensionamento.
Questa estensione ha contribuito a rendere l’isopensione uno degli strumenti più utilizzati nelle ristrutturazioni aziendali, soprattutto nei grandi gruppi industriali e nei settori caratterizzati da profondi processi di trasformazione tecnologica.
Un requisito fondamentale riguarda, infatti, anche le dimensioni dell’azienda.
Lo strumento può essere utilizzato soltanto da imprese che impiegano mediamente più di 15 dipendenti e deve essere attivato attraverso un accordo con le organizzazioni sindacali.
L’accordo aziendale rappresenta il vero punto di partenza dell’intero processo perché, solo dopo la firma dell’accordo, l’azienda può avviare la procedura amministrativa con l’INPS che, lo anticipiamo, potrebbe respingere la richiesta.
Il ruolo dell’INPS nella gestione dell’isopensione
Dal punto di vista operativo, l’accesso all’isopensione prevede diversi passaggi burocratici.
Il datore di lavoro deve innanzitutto presentare all’INPS la richiesta di accesso alle procedure automatizzate di gestione della prestazione, allegando alla domanda:
- l’accordo aziendale;
- il programma annuale di esodo;
- l’elenco dei lavoratori coinvolti.
In particolare l’INPS si occupa di:
- verificare i requisiti dell’azienda;
- controllare la posizione previdenziale dei lavoratori coinvolti;
- validare l’accordo aziendale e il programma annuale di esodo;
- calcolare l’importo della prestazione;
- quantificare il costo complessivo dell’operazione in capo all’azienda.
Una volta accettata la garanzia fideiussoria, tema che tratteremo più avanti in questo articolo, l’azienda può presentare le singole domande di prestazione per ciascun dipendente, firmate sia dal lavoratore sia dal rappresentante legale dell’impresa.
La prestazione decorre dal mese successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, senza soluzione di continuità tra fine del lavoro e inizio dell’assegno.
L’INPS quindi svolge un ruolo centrale nella gestione di questo strumento. Prima che l’accordo diventi operativo, l’istituto deve verificarne la validità e accertare la presenza di tutti i requisiti previsti dalla normativa.
Solo dopo questa fase di verifica l’accordo diventa efficace.
Il ruolo dell’azienda nella copertura dei costi e dei contributi
Come abbiamo appena visto, per attivare la prestazione di isopensione, è necessario seguire un preciso iter burocratico.
Una volta attivata la procedura, l’INPS provvede all’erogazione mensile dell’assegno ai lavoratori, ma è l’azienda che versa le somme necessarie a finanziare la prestazione e, al contempo, continua a versare i contributi previdenziali a favore del dipendente.
Infatti, l’azienda deve versare all’INPS la contribuzione figurativa, utile per conseguire il diritto alla pensione e per la determinazione dell’importo della stessa.
Questa contribuzione viene generalmente calcolata sulla base della retribuzione media degli ultimi due anni di lavoro a cui si applica l’aliquota contributiva prevista dal fondo pensionistico di appartenenza che, nel settore privato, è pari al 33%.
In pratica, durante il periodo di isopensione, la posizione previdenziale del lavoratore continua a crescere come se il rapporto di lavoro fosse ancora in essere.
Questo è un elemento fondamentale perché garantisce che il lavoratore arrivi al pensionamento con una posizione contributiva completa.
Per fare ciò, all’azienda è richiesto di presentare una fideiussione bancaria, cioè una garanzia bancaria, che garantisca la copertura economica della prestazione e della contribuzione figurativa per l’intero periodo.
Questa garanzia serve a tutelare i lavoratori e l’INPS nel caso in cui l’azienda non sia in grado di sostenere nel tempo il costo dell’operazione.
Se il datore di lavoro non versa quanto dovuto mensilmente, l’INPS può:
- notificare un avviso di pagamento;
- trascorso un determinato periodo, avvalersi della fideiussione e recuperare le somme direttamente dalla banca garante.
In alternativa alla fideiussione, l’azienda può scegliere di versare l’intero dovuto in un’unica soluzione, impegnandosi comunque a sostenere eventuali maggiori costi derivanti dal calcolo definitivo della prestazione.
Esempio pratico: come funziona l’assegno di isopensione
La prestazione viene calcolata come se il lavoratore andasse in pensione nel momento della cessazione del rapporto di lavoro. In altre parole, l’importo corrisponde alla pensione teorica maturata alla data di uscita dall’azienda.
Facciamo un esempio.
Ipotizziamo che un lavoratore, nel corso della propria carriera, abbia maturato un montante contributivo di circa 400.000 €, risultato plausibile in presenza di un percorso lavorativo stabile con una retribuzione annua compresa tra 35.000 e 40.000 € (su tredici mensilità, pari a circa 2.700 - 3.050 € lordi al mese).
Grazie all’accordo aziendale, il lavoratore accede all’isopensione a 61 anni.
Se osserviamo la tabella dei coefficienti di trasformazione INPS (parametri utilizzati, nel sistema pensionistico contributivo, per convertire il montante dei contributi accumulati dal lavoratore in un importo annuo di pensione) relativa a questa fascia d’età, troviamo un valore pari al 4,661%, corrispondente a un divisore di 21,453.

Applicando il coefficiente al montante,
calcolando 400.000 € × 4,661% oppure, in modo equivalente, 400.000 € : 21,453,
otteniamo l’importo della pensione annua lorda: circa 18.645 €. Su tredici mensilità, questo corrisponde a un assegno di circa 1.435 € lordi al mese.
L’assegno viene pagato con le stesse modalità delle pensioni ordinarie:
- tredici mensilità all’anno;
- pagamento anticipato mensile;
- tassazione ordinaria IRPEF.
Esistono, però, alcune differenze rispetto alla pensione vera e propria.
- L’assegno di isopensione non è soggetto alla perequazione automatica, cioè non viene rivalutato annualmente in base all’inflazione. Inoltre, sul reddito, non sono riconosciuti assegni per il nucleo familiare e non possono essere effettuate trattenute per il pagamento di eventuali oneri, come ad esempio per riscatti e ricongiunzioni (che devono quindi essere interamente versati prima dell’accesso all’isopensione) oppure per attivare un contratto di finanziamento come la cessione del quinto dello stipendio.
La prestazione non è reversibile. In caso di decesso del beneficiario, ai superstiti viene liquidata la pensione indiretta, con le norme ordinarie, tenendo conto anche della contribuzione figurativa correlata versata in favore del lavoratore durante il periodo di erogazione della prestazione.
La fine dell’isopensione e il passaggio alla vera pensione
L’isopensione non si trasforma automaticamente in pensione “tradizionale”.
Al termine del periodo di esodo, il lavoratore deve infatti presentare la domanda ufficiale di pensione all’INPS.
In questa fase, l’INPS ricalcolerà l’importo della pensione tenendo conto del montante contributivo aggiornato dai contributi versati nel periodo dall’azienda e dell’età attuale del lavoratore, adeguando così la prestazione rispetto a quanto percepito durante l’isopensione.
Riprendendo il nostro esempio, supponiamo che oggi il lavoratore abbia:
- montante contributivo accumulato prima dell’isopensione: 400.000 €
- contributi aggiuntivi maturati nel periodo di esodo (33% di una retribuzione annua media di 40.000 € per 6 anni, dai 61 ai 67 anni): 79.200 €
Il montante complessivo sarà quindi di 479.200 € (per semplicità, ipotizziamo che non vi sia stata rivalutazione nel periodo).
Alla luce del fatto che il lavoratore ha ora 67 anni, possiamo applicare il coefficiente di trasformazione corrispondente, pari a 5,608% (tabella del paragrafo precedente).
Il calcolo della pensione annua lorda sarà quindi:
479.200 € × 5,608% = 26.874 € annui lordi, equivalenti a circa 2.060 € mensili su tredici mensilità.
È importante sottolineare che, se la domanda di pensione non viene presentata nei tempi previsti, il pagamento della prestazione cessa automaticamente alla scadenza. Ciò significa che il lavoratore deve prestare particolare attenzione alle tempistiche per evitare interruzioni nel proprio reddito.
Il passato ritorna? Il fenomeno degli “esodati”
Da sempre i datori di lavoro, quando si trovano nella necessità di interrompere un rapporto di lavoro, cercano, dove possibile, di evitare soluzioni unilaterali come il licenziamento, in particolare per quei lavoratori prossimi al pensionamento.
Nel tempo si sono, quindi, sviluppati diversi strumenti di incentivazione all’esodo, cioè meccanismi attraverso i quali datore di lavoro e lavoratore concordano la risoluzione consensuale del rapporto, spesso accompagnata da forme di compensazione economica o da altri strumenti di supporto.
Queste soluzioni possono assumere forme molto diverse.
Alcune si collocano nell’ambito di rapporti individuali, fondati su una trattativa diretta tra azienda e lavoratore.
Altre, invece, riguardano una pluralità di lavoratori, esattamente come l’isopensione, strumento introdotto nel 2012 per gestire in modo strutturato l’uscita anticipata dei lavoratori più vicini alla pensione.
Tuttavia, è necessario prestare attenzione a un fenomeno che il sistema previdenziale italiano ha già conosciuto in passato e che ha avuto un forte impatto sociale: quello dei lavoratori “esodati”.
Chi sono gli esodati e cosa c’entrano con l’isopensione?
Nel pieno della crisi del debito sovrano europeo e sotto la pressione dei mercati finanziari, nel 2012 l’Italia si trovò ad affrontare la necessità di rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del proprio sistema previdenziale.
In questo contesto il governo guidato da Mario Monti approvò una riforma particolarmente incisiva del sistema pensionistico, passata alla storia come Legge Fornero, dal nome dell’allora Ministra del Lavoro, Elsa Fornero.
La riforma modificò profondamente i requisiti di accesso alla pensione.
Tra le principali novità vi fu l’innalzamento dell’età pensionabile. Il cambiamento fu estremamente rapido e, soprattutto, immediato nei suoi effetti.
Molti lavoratori avevano già sottoscritto accordi di uscita dal lavoro basati sulle regole pensionistiche precedenti e contavano di accedere alla pensione nel giro di pochi anni. Con l’entrata in vigore della riforma, tuttavia, questi requisiti vennero improvvisamente innalzati.
Il risultato fu che migliaia di persone (circa 150.000) si trovarono in una situazione paradossale perché avevano già lasciato il lavoro ma, allo stesso tempo, erano ancora lontane dalla pensione.
Questo scenario diede origine a uno dei casi sociali più rilevanti degli ultimi decenni: quello degli esodati.
Il problema assunse rapidamente dimensioni rilevanti e divenne oggetto di un acceso dibattito politico e istituzionale. Le stime iniziali sul numero degli esodati variarono notevolmente e furono al centro di un lungo confronto tra istituzioni, parti sociali e studiosi del sistema previdenziale.
Per affrontare la situazione, il Parlamento intervenne più volte con specifici provvedimenti di salvaguardia, per consentire a determinate categorie di lavoratori di accedere comunque alla pensione, secondo le regole precedenti alla riforma.
La vicenda degli esodati trova oggi nuovo interesse in funzione del nuovo innalzamento dei requisiti di accesso alla pensione sanciti dalla Legge di Bilancio. I requisiti si sposteranno di:
- 1 mese in più nel 2027
- ulteriori 2 mesi in più dal 2028
Secondo le stime di CGIL, oltre 23 mila persone, attualmente in isopensione, circa 4 mila lavoratori inseriti nei programmi di contratto di espansione e altri 28 mila usciti dal mercato del lavoro attraverso i Fondi di solidarietà bilaterali, rischierebbero di trovarsi di fronte a periodi privi di copertura previdenziale.
Si tratta di persone che hanno lasciato il lavoro nel pieno rispetto della normativa vigente e sulla base di accordi sottoscritti con le aziende, confidando in un calendario definito per l’accesso alla pensione.
L’eventuale innalzamento dei requisiti pensionistici legato agli adeguamenti alla speranza di vita, se non accompagnato da misure correttive, rischierebbe dunque di modificare quelle condizioni, trasferendo sui lavoratori l’intero peso dell’adeguamento del sistema previdenziale.
Nel caso dell’isopensione, parte di questo rischio può essere attenuato grazie alla presenza, in alcuni accordi aziendali, di specifiche clausole che prevedono la copertura, da parte dell’azienda, di eventuali slittamenti dei requisiti pensionistici.
In queste situazioni, l’azienda si impegna infatti a sostenere l’onere dell’eventuale prolungamento del periodo di accompagnamento fino alla maturazione effettiva del diritto alla pensione. Tuttavia, analoghe garanzie non sempre sono previste negli altri strumenti di uscita anticipata dal lavoro.
Proprio per questo motivo appare auspicabile un intervento delle istituzioni volto a individuare una soluzione strutturale al problema.
Il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, infatti, è pienamente operativo e, in presenza di un progressivo aumento della longevità, è destinato a produrre nuovi incrementi dei requisiti di accesso alla pensione.
In questo scenario, il rischio di disallineamenti tra la data di uscita dal lavoro e il momento effettivo di pensionamento non rappresenterebbe più un evento eccezionale, ma una situazione destinata a ripresentarsi con una certa regolarità.

