Pensioni: perché il vero nodo è il lavoro (demografia, contributi e sostenibilità del sistema)

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulle pensioni si è concentrato quasi esclusivamente su un tema: l’età pensionabile. Si discute se sia giusto andare in pensione a 67 anni oppure prima, se sia opportuno introdurre nuove forme di flessibilità in uscita. 

Tuttavia, questa prospettiva rischia di essere parziale.

Lo ha ricordato anche il presidente dell’INPS, Gabriele Fava, in una recente intervista: la tenuta del sistema previdenziale nasce dal lavoro

In altre parole, prima ancora di discutere di pensioni, bisognerebbe interrogarsi sulla struttura del mercato del lavoro e sulla capacità dell’economia di creare occupazione.

Questo cambio di prospettiva, cioè guardare alla qualità del mercato del lavoro del nostro Paese come elemento imprescindibile per la qualità delle pensioni future, può inizialmente sembrare insolito. In realtà la questione è molto più ampia. 

Per comprendere davvero quale sarà il futuro delle pensioni italiane è necessario osservare il funzionamento complessivo del sistema previdenziale e i fattori economici e demografici che ne determinano l’equilibrio nel lungo periodo.

Vediamo quindi quali sono gli elementi centrali da cui dipende la sostenibilità delle pensioni.

Il funzionamento del sistema pensionistico italiano

Per capire perché il lavoro sia così centrale per il futuro delle pensioni, occorre partire dalla struttura del sistema previdenziale italiano.

L’Italia utilizza un modello a ripartizione

In questo sistema i contributi versati oggi dai lavoratori attivi non vengono accantonati in una grande “cassaforte” individuale destinata a finanziare la loro pensione futura. Servono invece a pagare le pensioni di chi è già pensionato.

In altre parole, il sistema si regge su un equilibrio continuo tra entrate contributive e uscite per prestazioni pensionistiche.

Quando questo equilibrio funziona, il sistema è stabile. 

Infatti, nella sua intervista, il presidente Fava dichiara: “Il sistema pensionistico previdenziale oggi è solido, ma la responsabilità delle istituzioni è preparare il futuro”

In che senso? 

Per comprendere le parole del Presidente dell'INPS, è bene fare un piccolo approfondimento su come vengono calcolate le pensioni, la demografia e il mercato del lavoro del nostro Paese. 

Il nodo del sistema di calcolo contributivo

Per decenni le pensioni italiane sono state calcolate con il sistema retributivo, basato sulle ultime retribuzioni percepite prima del pensionamento.

In pratica, l’importo della pensione dipendeva soprattutto dallo stipendio degli ultimi anni di lavoro, non dall’insieme dei contributi versati durante l’intera carriera.

Con la riforma Dini (1995) il sistema di calcolo delle pensioni è cambiato radicalmente. 

Per i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi dal 1996 in poi si applica il metodo contributivo “puro”, mentre per i cosiddetti lavoratori “misti” (cioè coloro che avevano già maturato contributi prima del 1996 e hanno continuato a lavorare anche dopo) la pensione viene calcolata con un sistema combinato: la quota relativa ai contributi versati fino al 1995 segue il metodo retributivo, mentre quella maturata successivamente viene determinata con il metodo contributivo.

Ma come funziona davvero il sistema di calcolo contributivo?

Ogni anno una quota del reddito del lavoratore viene destinata ai contributi previdenziali. Per i dipendenti sono versati:

  • in parte dal datore di lavoro 
  • in parte trattenuti dalla retribuzione del lavoratore

Ad esempio, nel settore privato, le aliquote contributive INPS per lavoratori dipendenti privati ammontano a circa il 33% della retribuzione lorda, suddivise nella quota a  carico del lavoratore (circa il 9,19%, trattenuto direttamente in busta paga) e quella in capo all’azienda (23,81% circa). Le percentuali possono variare per settore o qualifica.

Nel lavoro autonomo sono generalmente versati direttamente dal lavoratore stesso e anch’esse variano a seconda dell’inquadramento come, ad esempio:

  • Da 24% a 35% per gli iscritti alla gestione separata INPS
  • 24% per gli artigiani e i commercianti 

Questi contributi si accumulano virtualmente nel cosiddetto montante contributivo, che viene rivalutato nel tempo in base all’andamento quinquennale del PIL. 

Al momento del pensionamento il montante viene trasformato in pensione tramite un coefficiente di trasformazione legato all’età e alla speranza di vita: in pratica, si divide il montante contributivo per il numero di anni in cui, statisticamente, staremo in vita.

Questo meccanismo rende evidente il legame sempre più stretto tra sistema previdenziale e:

  • mercato del lavoro
  • aspettativa di vita

Vediamo meglio perché.

Il legame diretto tra lavoro e pensione

Se le carriere lavorative sono lunghe e stabili, con salari adeguati e pochi periodi di disoccupazione, il montante contributivo cresce progressivamente nel tempo e, al momento della trasformazione in pensione, l’importo finale tenderà ad essere più elevato.

Se invece i percorsi professionali sono caratterizzati da salari bassi o stagnanti nel tempo, interruzioni frequenti o periodi di lavoro irregolare, il montante accumulato crescerà più lentamente e la pensione futura risulterà inevitabilmente più debole.

Non è un caso che lo stesso Presidente dell’INPS abbia sottolineato come il sistema contributivo rifletta fedelmente la storia lavorativa delle persone

In altre parole, la pensione non è più solo il risultato di regole previdenziali, ma diventa lo specchio dell’intera carriera professionale.

Alla luce di questi meccanismi diventa chiaro perché mettere al centro le politiche del lavoro sia fondamentale per il futuro delle pensioni.

Se il mercato del lavoro rimane instabile, con carriere discontinue e stipendi sostanzialmente fermi (in Italia mediamente inferiori del 10-12% rispetto alla media europea), il rischio è quello di non mettere i lavoratori nelle condizioni di accumulare un montante contributivo sufficiente a garantire una pensione adeguata alle esigenze future.

Come abbiamo visto, infatti, nel sistema contributivo l’importo della pensione dipende direttamente dai contributi versati durante l’intera carriera lavorativa: salari più bassi e periodi di lavoro discontinui si traducono inevitabilmente in contributi più ridotti e, di conseguenza, in assegni pensionistici meno generosi.

A queste criticità legate al mercato del lavoro si aggiunge poi un’altra variabile fondamentale che incide sull’importo delle pensioni: l’aspettativa di vita

Più longevità significa pensioni più lunghe

L’aumento della speranza di vita è sicuramente un dato positivo, perché rappresenta il risultato dei progressi sanitari, sociali ed economici del Paese. Tuttavia, questo fenomeno produce effetti diretti anche sul funzionamento del sistema previdenziale.

Se in passato una persona trascorreva mediamente meno anni in pensione perché, molto semplicemente, l’aspettativa di vita era più bassa, oggi la durata della vita dopo il pensionamento è sensibilmente più lunga.

Questo significa che i contributi versati durante la carriera lavorativa devono “sostenere” un periodo di pensione più esteso. Nel sistema contributivo, infatti, il montante accumulato viene trasformato in pensione attraverso coefficienti che tengono conto proprio della speranza di vita residua.

In questo contesto le conseguenze principali possono essere due:

  • Aumento dell’età pensionabile. Lavorare più a lungo consente di accumulare più contributi e, allo stesso tempo, di ridurre il periodo nel quale probabilmente si percepirà la pensione.

    Già oggi per i lavoratori contributivi “puri” (cioè coloro che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1996) l’accesso ad alcune forme di pensionamento è subordinato al rispetto di specifici requisiti economici. In questi casi, infatti, non è sufficiente aver raggiunto una determinata età o un certo numero di anni di contribuzione: è necessario anche che l’importo della pensione maturata superi una soglia minima stabilita dalla normativa. In caso contrario, è richiesto di lavorare ancora o di attendere la finestra successiva.

  • Riduzione dell’importo dell’assegno pensionistico. Se il montante contributivo rimane invariato ma deve essere distribuito su un numero maggiore di anni di pensionamento, l’importo annuo della pensione tende a diminuire.

Sono dinamiche che, in parte, stiamo già osservando oggi. 

Le prospettive demografiche indicano, infatti, che si andrà in pensione mediamente più tardi e con assegni potenzialmente inferiori rispetto alle aspettative maturate durante la vita lavorativa.

Tutto questo si inserisce, inoltre, in un contesto demografico complesso. 

Demografia: il grande cambiamento silenzioso

L’Italia è oggi uno dei Paesi più anziani al mondo. 

Secondo i dati più recenti, la quota di popolazione con più di 65 anni ha superato il 24%, mentre gli ultraottantenni sono circa 4,6 milioni, più numerosi dei bambini sotto i 10 anni.

Questo significa che il numero di persone che percepiscono una pensione è destinato ad aumentare, mentre la popolazione in età lavorativa tende a ridursi.

Il motivo è noto: da un lato nel nostro Paese statisticamente viviamo più a lungo, dall’altro nascono sempre meno bambini. Il tasso di natalità italiano è tra i più bassi d’Europa e, secondo le proiezioni demografiche, la popolazione in età lavorativa continuerà a diminuire nei prossimi decenni.

Questo squilibrio avrà un impatto diretto sul sistema previdenziale. 

Nei prossimi quindici anni, ad esempio, uscirà progressivamente dal mercato del lavoro la generazione dei baby boomers, cioè i nati fino alla metà degli anni Sessanta.

Le stime ufficiali indicano che la spesa pensionistica italiana potrebbe raggiungere un picco intorno al 2040. In termini concreti, significa che ci saranno più pensionati che percepiranno la pensione per un periodo più lungo e meno lavoratori attivi a finanziare il sistema.

Se a questo scenario si aggiunge un mercato del lavoro caratterizzato da salari mediamente bassi e carriere discontinue, le conseguenze possono essere rilevanti sia per i singoli lavoratori sia per l’equilibrio del sistema previdenziale.

  • Per l’individuo, salari più bassi e carriere frammentate significano minori contributi versati e quindi un montante contributivo più ridotto, con il rischio di pensioni future meno adeguate.

  • Per il sistema nel suo complesso, un numero ridotto di lavoratori che versano contributi tendenzialmente medio/bassi può mettere sotto pressione il sistema previdenziale a ripartizione, nel quale i contributi dei lavoratori attivi finanziano le pensioni correnti.

In altre parole, se in futuro le entrate contributive dovessero crescere meno delle uscite per pensioni, l’equilibrio del sistema diventerebbe più fragile

Un circolo vizioso, potremmo dire, in cui demografia, mercato del lavoro e sostenibilità previdenziale finiscono per influenzarsi reciprocamente.

Proprio per questo motivo, come invita a fare il Presidente dell'INPS alle istituzioni, diventa sempre più importante ragionare su possibili soluzioni strutturali, che riguardano non solo le regole pensionistiche ma anche (e soprattutto) il funzionamento del mercato del lavoro e la capacità del sistema economico di generare occupazione e redditi adeguati.

La previdenza complementare come soluzione individuale

Se il contesto pensionistico difficilmente potrà evolversi in senso favorevole, la vera questione diventa un’altra: come può ciascun lavoratore costruire un progetto previdenziale solido in un sistema che resta rigido?

La risposta si concentra su tre elementi chiave: consapevolezza, pianificazione e tempo.

Per consapevolezza si intende la capacità di comprendere che le regole del passato non valgono più: oggi l’importo della pensione pubblica dipende direttamente dai contributi versati e dalla continuità della carriera lavorativa.

In un sistema sempre più complesso, diventa quindi fondamentale il tema dell’educazione previdenziale che, dalle parole del Presidente Fava, è al centro dell’agenda dell’INPS: anche Ciao Elsa ha partecipato ad una delle iniziative promosse dall’INPS per diffondere sempre più consapevolezza, soprattutto tra i più giovani.

Molti lavoratori hanno ancora una percezione limitata del funzionamento del sistema contributivo e delle implicazioni che le loro scelte lavorative possono avere sulla pensione futura.

Capire come si accumulano i contributi, come funziona il montante contributivo e quale sarà l’impatto delle proprie scelte professionali diventa sempre più importante.

La pensione, infatti, non è un evento che arriva improvvisamente alla fine della carriera, ma il risultato di un percorso che si costruisce nel tempo.

Pianificazione significa dotarsi di un “piano B” e di strumenti complementari. 

La previdenza pubblica rimarrà un pilastro essenziale, ma l’assegno arriverà probabilmente sempre più tardi e con importi inferiori rispetto alle aspettative maturate. In questo contesto, valutare fin da subito l’adesione a un fondo pensione, capirne davvero il funzionamento e non considerarlo soltanto come un costo aggiuntivo può fare una differenza concreta e duratura.

Infine, il tempo è un fattore determinante. Nel sistema contributivo e nella previdenza complementare, iniziare prima significa moltiplicare i vantaggi nel lungo periodo.

ciao elsa comparatore fondi pensione

Link utili e approfondimenti

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