
La riforma delle pensioni approvata dal Bundestag, il parlamento federale tedesco, è diventata molto più di un intervento tecnico sul sistema previdenziale tedesco.
In poche settimane si è trasformata in un vero test di sopravvivenza politica per il cancelliere Friedrich Merz, determinato a ottenere una maggioranza autonoma su un provvedimento che considera cruciale per la propria credibilità di governo.
Alla fine, Merz ha ottenuto il risultato: 318 voti favorevoli, contro i 316 necessari per la “maggioranza del cancelliere”. Il pacchetto approvato, però, non è un dettaglio contabile.
Con un costo stimato di 185 miliardi di euro in 15 anni, la riforma ridisegna il compromesso tedesco tra sostenibilità finanziaria e protezione sociale, frenando temporaneamente il percorso di riduzione degli importi pensionistici avviato dalle riforme Schröder nei primi anni Duemila.
Come spesso accade, la previdenza torna così a essere il terreno su cui si giocano equilibri politici, non solo in Germania ma in altri Paesi europei come Francia e Italia.
Pensioni tedesche: cosa cambia fino al 2031
Il fulcro politico e simbolico del provvedimento tedesco è la garanzia che il tasso di sostituzione rimanga al 48% fino al 2031.
In Germania questo valore non esprime il rapporto tra l’ultimo stipendio individuale e la pensione, ma il rapporto tra l’assegno standard maturato da 45 anni di contributi e il salario medio.
È, quindi, un indicatore statistico utile per valutare la generosità complessiva del sistema.
Secondo la normativa vigente, il livello sarebbe gradualmente sceso già dal 2026, seguendo la formula ordinaria che lega l’adeguamento delle pensioni a salari e sostenibilità finanziaria. Bloccarne la discesa significa migliorare il potere d’acquisto dei pensionati rispetto allo scenario di legge ordinaria.
Il governo ha inoltre stabilito che i costi di questa stabilizzazione saranno coperti dal bilancio federale, senza aumentare immediatamente le aliquote contributive, oggi pari al 18,6% del salario lordo.
Il primo rialzo in tal senso scatterà nel 2027, con un percorso che porterà i contributi al:
- 20% nel 2030
- 21,4% nel 2040
Si tratta di un punto chiave dello scontro politico: per i giovani deputati (Junge Union) dello stesso partito di Merz, garantire un livello minimo sganciato dalle dinamiche salariali e contributive equivale a spostare il costo sulle generazioni future.
Per la maggioranza del governo, invece, questa misura è necessaria per evitare un rapido aumento della povertà in vecchiaia.
La Mütterrente: un capitolo politicamente esplosivo
La riforma rafforza inoltre un altro strumento spesso dibattuto in Germania: la cosiddetta Mütterrente, ossia i crediti figurativi concessi alle madri (e ai padri) che hanno interrotto la carriera per crescere i figli.
Tutti i figli, indipendentemente dall’anno di nascita, danno infatti diritto a tre anni di contribuzione figurativa; per i genitori nati prima del 1992, vengono riconosciuti ulteriori crediti pensionistici, poiché sono considerati una categoria più penalizzata rispetto ai genitori più giovani e ottengono dunque un aumento della pensione di alcune decine di euro al mese.
La misura riguarda circa 10 milioni di persone, con effetti particolarmente significativi sulla pensione femminile, storicamente più bassa della media maschile.
La Mütterrente è da anni uno dei temi più sensibili del dibattito previdenziale tedesco: unisce l’obiettivo di riconoscere il lavoro di cura, ma al tempo stesso produce costi elevati e distribuzioni non sempre progressive. Chi è molto vicino al livello dell’assegno sociale rischia infatti di non beneficiare realmente dell’incremento, perché l’aumento contributivo può essere compensato da una riduzione dell’integrazione al minimo.
In altri termini, un miglioramento nominale che può tradursi in un vantaggio netto quasi nullo.
Lavoro oltre l’età pensionabile e nascita della “pensione attiva”
Un altro pilastro della riforma è rappresentato dagli incentivi fiscali per chi decide di continuare a lavorare dopo aver maturato il diritto alla pensione.
La misura più rilevante è l’introduzione di una franchigia mensile di 2.000 € esentasse per i redditi da lavoro dei pensionati che tornano a lavorare, esclusi i liberi professionisti e i lavoratori autonomi.
L’obiettivo è duplice:
- alleggerire il carico fiscale sui lavoratori anziani che decidono di continuare a lavorare;
- trattenere più a lungo nel mercato del lavoro persone esperte, in un contesto di crescente carenza di manodopera qualificata.
La spinta alla previdenza aziendale
Parallelamente, il governo Merz ha incluso nel pacchetto un rafforzamento deciso della previdenza aziendale, che in Italia troverebbe un corrispettivo nei fondi pensione negoziali.
L’obiettivo è estendere la copertura nei settori dove i piani pensionistici aziendali sono ancora deboli: piccole imprese, lavoratori precari e dipendenti a basso reddito.
Le novità principali riguardano:
- procedure più semplici e meno burocratiche per accedere alla previdenza integrativa;
- maggiore flessibilità nella gestione delle indennità di fine rapporto;
- possibilità per le aziende non sindacalizzate di aderire più facilmente ai modelli collettivi;
- ampliamento delle agevolazioni fiscali riconosciute ai datori di lavoro.
Le misure entreranno progressivamente in vigore entro il 2027.
Un sistema sotto pressione demografica
Il dibattito sulla riforma si inserisce in un contesto demografico particolarmente complesso.
La Germania è uno dei Paesi europei che invecchia più rapidamente e le proiezioni indicano che il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati scenderà a 1,3 entro il 2050, un valore che mette sotto tensione il sistema pensionistico pubblico a ripartizione.
La sostenibilità del sistema pensionistico tedesco negli ultimi vent’anni è stata garantita da tre fattori principali:
- l’aumento graduale dell’età pensionabile fino a 67 anni;
- la riduzione del tasso di sostituzione attraverso le riforme degli anni Duemila;
- la crescente promozione della previdenza complementare (sia individuale sia aziendale).
Il nuovo pacchetto, bloccando temporaneamente la discesa delle pensioni e aumentando la spesa pubblica, segna una parziale inversione di rotta. Non cancella l’impianto riformatore delle precedenti riforme, ma ne rallenta gli effetti.
E qui nasce la domanda chiave: il sistema può sostenere questa pausa redistributiva?
E, soprattutto, la ribellione dei diciotto deputati della Junge Union non rappresenta il segnale di un malcontento più ampio che attraversa la società tedesca, dove le nuove generazioni percepiscono sempre più chiaramente che molte politiche redistributive degli ultimi anni hanno finito per privilegiare i pensionati e i baby boomer alle loro (future) spese?
I giovani lamentano:
- carriere lavorative più frammentate;
- salari stagnanti;
- affitti crescenti nelle grandi città;
- coperture previdenziali meno generose in prospettiva.
Da qui l’accusa al governo di aver costruito un “patto intergenerazionale squilibrato”, in cui gli anziani sono protetti e i giovani pagano il conto.
Dall’altra parte, i sostenitori della riforma ricordano che molti pensionati tedeschi, soprattutto nelle regioni orientali dell’ex Germania dell’Est, vivono con assegni modesti e che un ulteriore calo del tasso di sostituzione li avrebbe spinti verso il rischio di povertà.
La spaccatura generazionale resta però profonda.
Il confronto con l’Italia
Guardando ai dati e alle misure che il governo tedesco intende introdurre in campo pensionistico, verrebbe quasi da dire che “tutto il mondo è paese”.
Soprattutto se si osserva il fronte demografico, l’intero continente europeo sta vivendo un inverno demografico che porta a un progressivo invecchiamento della popolazione a scapito delle generazioni più giovani.
Ne deriva un aumento della spesa pensionistica, come mostra il grafico qui sotto, e un rischio crescente per la sostenibilità di quel modello di welfare state che, dal secondo dopoguerra in poi, ha rappresentato un pilastro di sicurezza sociale.

Se rivolgiamo lo sguardo all’Italia, il quadro non appare molto diverso, anzi.
Nel nostro Paese, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati si assestava intorno a circa 1,46-1,49 lavoratori per ogni pensionato già alla fine del 2023, il miglior dato da anni, ma ancora sotto la soglia considerata di equilibrio (1,5).
Questo miglioramento è dovuto all'aumento dell'occupazione, ma resta la sfida demografica: l'invecchiamento della popolazione e la bassa natalità porteranno a un peggioramento dell'indice nei prossimi decenni, con proiezioni che indicano un rapporto vicino all’1:1 entro il 2050, richiedendo politiche attive per il lavoro e interventi sulla sostenibilità del sistema.
Nel frattempo, le stime sui tassi di sostituzione, intesi in questo caso come rapporto tra l’ultimo stipendio e il primo assegno pensionistico, indicano una tendenza al ribasso, con livelli attesi intorno al 60% per i lavoratori dipendenti e al 50% per gli autonomi, se non peggiori in caso di carriere discontinue. Questo nonostante nel nostro Paese il livello di contribuzione al sistema pubblico sia spesso più elevato rispetto al modello tedesco.
Se vuoi abbiamo approfondito il tema nel nostro articolo che parla dei contributi previdenziali, per spiegarti cosa sono, come leggerli in busta paga e a cosa servono.
Anche il tema del ricambio generazionale è entrato stabilmente nel dibattito politico italiano.
Nella bozza della legge di bilancio 2026, ad esempio, è stato confermato il cosiddetto Bonus Giorgetti, una misura concepita per incentivare chi ha già maturato i requisiti per la pensione anticipata a rimanere al lavoro, trasformando la scelta di continuare l’attività in un vantaggio economico immediato. Abbiamo dedicato un nostro articolo al riguardo.
Sempre nella manovra 2026 ha suscitato un acceso dibattito lo “sblocco” del meccanismo di adeguamento automatico all’aspettativa di vita che, dal 2027, comporterà un graduale incremento dei requisiti di accesso alla pensione di ulteriori tre mesi.
Si tratta di una misura che sta generando malumori anche all’interno della stessa maggioranza di governo, ma che per molti osservatori rimane un dispositivo essenziale: impopolare, certo, ma considerato un pilastro dell’equilibrio complessivo del sistema previdenziale.
Sul fronte della previdenza complementare, anche in Italia emergono criticità molto simili a quelle osservate in Germania. Una parte consistente dei lavoratori non risulta iscritta a un fondo pensione, e le maggiori difficoltà si concentrano proprio tra coloro che avrebbero più bisogno di una tutela aggiuntiva:
- gli occupati nelle piccole imprese,
- i lavoratori precari,
- le donne,
- i dipendenti con redditi più bassi.
È un "cortocircuito" che si ripete da anni e che continua a frenare la diffusione di strumenti che, se utilizzati correttamente, potrebbero contribuire in modo significativo alla stabilità finanziaria futura delle persone.
In Ciao Elsa crediamo profondamente nel valore di ogni iniziativa che aiuti i lavoratori a prendersi cura del proprio futuro previdenziale e a cogliere le opportunità offerte dal sistema di previdenza complementare. Eppure, oggi in Italia, due lavoratori su tre che avrebbero la possibilità di aderire a un fondo pensione non lo fanno, principalmente per una scarsa conoscenza del funzionamento di questi strumenti.
I fondi pensione sono uno strumento cardine per costruire una serenità previdenziale, ma per trarne reali benefici è fondamentale comprenderne la logica, le regole e le implicazioni in relazione alla propria situazione personale e professionale.
Hai mai partecipato a una delle nostre “Chiacchiere di gruppo”? Sono incontri online gratuiti, pensati per spiegare in modo chiaro e senza tecnicismi i pro e i contro della previdenza complementare.
La missione di Ciao Elsa è proprio questa: rendere semplice e accessibile la gestione della propria previdenza, affinché ogni lavoratore possa compiere scelte libere, informate e consapevoli, capaci di trasformarsi nel tempo in un percorso di maggiore sicurezza e sostenibilità nella fase post-lavorativa.
Il punto di vista di Ciao Elsa
Il confronto tra il caso tedesco e quello italiano rivela una verità difficile da ignorare: al di là delle differenze nei sistemi previdenziali, è la demografia il vero nodo che accomuna i Paesi europei.
Germania e Italia stanno affrontando lo stesso squilibrio strutturale, con una popolazione che invecchia rapidamente e un ricambio generazionale sempre più debole. È questa dinamica, più di ogni scelta politica contingente, a mettere sotto pressione la sostenibilità dei sistemi pensionistici e a rendere necessarie riforme che, inevitabilmente, risultano complesse e spesso impopolari.
L’inverno demografico non conosce confini nazionali e impone ai governi europei di ripensare con coraggio il proprio modello di welfare, integrando misure che rafforzino l’occupazione giovanile, sostengano la natalità e incentivino una partecipazione più ampia alla previdenza complementare.
La sfida è comune, e comune deve essere anche l’approccio: senza un riequilibrio generazionale, nessuna riforma potrà davvero garantire stabilità alla fase post-lavorativa delle future generazioni.
Se il caso tedesco ci mostra quanto sia urgente intervenire, quello italiano suggerisce quanto sia necessario farlo con una visione di lungo periodo. Solo riconoscendo che la demografia è il terreno su cui si gioca il futuro delle pensioni sarà possibile costruire un sistema più solido, più equo e realmente sostenibile per chi lavora oggi e per chi lavorerà domani.

