
Negli ultimi anni, in particolare nel periodo successivo alla pandemia da COVID-19, il tema degli investimenti sostenibili è passato da un ambito di nicchia a uno dei pilastri delle politiche finanziarie globali.
Oggi, tuttavia, l’attenzione mediatica sembra essersi parzialmente attenuata.
Da un lato, si sono affermati approcci politici ed economici meno centrati sulla sostenibilità (si pensi, ad esempio, al diverso orientamento emerso negli Stati Uniti con l’amministrazione Trump) mentre dall’altro il contesto internazionale è stato profondamente segnato dal riemergere di tensioni geopolitiche, con tre conflitti rilevanti sviluppatisi negli ultimi anni in aree prossime all’Europa.
In questo scenario più complesso e instabile, il ruolo degli investimenti sostenibili merita di essere riletto criticamente, per comprendere se si tratti di un cambiamento strutturale destinato a consolidarsi o di una tendenza influenzata dal contesto storico ed economico.
In particolare, nel mondo della previdenza complementare, la sostenibilità sembrava essere diventata quasi un passaggio obbligato: sempre più fondi pensione hanno dichiarato di integrare criteri ESG (Environmental, Social, Governance - cioè Ambientali, Sociali, di Governo d’Impresa) nelle proprie scelte di investimento.
Ma questa evoluzione rappresenta una reale trasformazione del sistema finanziario o, piuttosto, un adattamento formale a pressioni normative, reputazionali e di mercato?
Gli investimenti sostenibili nei fondi pensione sono una realtà consolidata o rischiano di essere, almeno in parte, un’illusione?
Cosa si intende per investimenti sostenibili
L’investimento sostenibile, o SRI (Sustainable and Responsible Investment), si fonda sull’idea che le decisioni finanziarie non debbano essere guidate esclusivamente da criteri di rendimento e rischio, ma anche da considerazioni ambientali, sociali e di governance.
Secondo la definizione elaborata dal Forum per la Finanza Sostenibile, si tratta di un approccio di investimento che mira a creare valore nel medio-lungo periodo per l’investitore e per la società, integrando l’analisi finanziaria con fattori ESG .
Questa integrazione può avvenire attraverso diversi approcci operativi, che spesso convivono all’interno dello stesso portafoglio:
- esclusioni settoriali (ad esempio armi, tabacco o carbone);
- selezione “best in class”, che privilegia le aziende più virtuose all’interno di un determinato settore;
- investimenti tematici rivolti a progetti considerati virtuosi (energia rinnovabile, salute, tecnologia sostenibile);
- engagement, cioè il dialogo attivo con le imprese che si realizza attraverso il coinvolgimento diretto degli investitori nella vita societaria. Questo avviene, ad esempio, tramite l’esercizio dei diritti di voto nelle assemblee degli azionisti, oppure attraverso attività di confronto continuo con il management su tematiche ambientali, sociali e di governance.
- impact investing, finanziando progetti che possano creare un reale impatto misurabile (ad esempio, social housing, strutture per la terza età, ecc).
La classificazione dei prodotti: articoli 6, 8 e 9
Uno dei principali tentativi di standardizzazione del concetto di investimento sostenibile è rappresentato dal Regolamento europeo 2019/2088 (SFDR – Sustainable Finance Disclosure Regulation), che ha introdotto una classificazione dei prodotti finanziari basata sul loro grado di sostenibilità.
Il regolamento distingue tre categorie principali:
- Prodotti articolo 6: si tratta dei prodotti “non ESG” o, più precisamente, di quelli che li integrano solo in modo marginale. Essi non hanno un obiettivo sostenibile esplicito.
- Prodotti articolo 8: questi prodotti, definiti “light green”, promuovono caratteristiche ambientali o sociali, ma non hanno necessariamente come obiettivo primario l’investimento sostenibile. Possono includere criteri ESG, ad esempio attraverso esclusioni (cioè non includono aziende presenti in determinati settori come quello degli armamenti o del tabacco) o selezione positiva (in cui si mira a scegliere le aziende con le migliori performance in ambito Ambientale, Sociale e Governo) ma senza vincoli stringenti.
- Prodotti articolo 9: sono i prodotti “dark green”, cioè quelli che hanno come obiettivo esplicito l’investimento sostenibile. In questo caso la sostenibilità è parte integrante della strategia di investimento e non un elemento accessorio. Ad esempio, sono prodotti che investono esclusivamente in energie rinnovabili, efficienza energetica, gestione idrica o tecnologie per la riduzione delle emissioni.
Questa classificazione ha avuto un impatto enorme sul mercato, soprattutto per due ragioni:
- ha aumentato la trasparenza e la comparabilità tra prodotti;
- ha evidenziato un problema strutturale, ovvero l’ampia discrezionalità lasciata agli operatori nella definizione concreta dei criteri ESG.
In particolare, per i prodotti articolo 8, la normativa non stabilisce soglie minime rigide né metodologie univoche, lasciando spazio a interpretazioni che possono risultare molto eterogenee. Questo elemento è alla base di molte delle critiche che vedremo più avanti.

I dati: quanto sono diffusi gli investimenti sostenibili nei fondi pensione
Per comprendere se la sostenibilità nei fondi pensione sia una realtà consolidata, è fondamentale guardare ai dati.
La ricerca 2025 del Forum per la Finanza Sostenibile offre un quadro significativo. I risultati mostrano un'ampia diffusione degli investimenti ESG tra gli operatori previdenziali italiani. In particolare:
- il 90% dei fondi pensione oggetto del campione dichiara di includere i criteri ESG nelle decisioni di investimento;
- 80 fondi pensione su 105 intervistati investono in prodotti classificati come articolo 8 o 9 ma solo 45 fondi su 105 applicano criteri ESG ad almeno il 75% del portafoglio;
- il 97% di questi utilizza prodotti articolo 8, mentre il 65% include anche prodotti articolo 9.
Questi numeri suggeriscono una conclusione piuttosto chiara: nel mondo dei fondi pensione la sostenibilità sta diventando un elemento strategico. Più che una semplice scelta, sembra quasi esserci una “necessità” di parlare di ESG.
Le ragioni di questa evoluzione sono molteplici e, in parte, affondano nel ruolo stesso che i fondi pensione ricoprono. Si tratta infatti di investitori istituzionali con un orizzonte temporale di lungo periodo, chiamati a gestire risorse destinate a garantire migliori scenari pensionistici futuri.
In questa prospettiva, ignorare i fattori ambientali e sociali significherebbe trascurare rischi che potrebbero compromettere proprio quel futuro che si intende tutelare: una crescita economica non sostenibile, un ambiente degradato o contesti sociali instabili non rappresentano condizioni favorevoli in cui vivere una volta arrivati al pensionamento.
Accanto a questa dimensione “intrinseca”, esistono poi motivazioni più concrete e operative:
- In primo luogo, la possibilità di coniugare rendimento finanziario e impatto socio-ambientale. Secondo alcune analisi (ma come vedremo tra poco, non tutte) l’integrazione dei criteri ESG punterebbe a migliorare il profilo rischio-rendimento dei portafogli, soprattutto in un’ottica di lungo periodo.
- Un secondo fattore determinante è rappresentato dalla pressione normativa. Negli ultimi anni, il legislatore europeo ha introdotto un quadro regolamentare articolato e sempre più stringente, che spinge gli operatori finanziari a integrare i rischi di sostenibilità nei processi decisionali e a rendicontare in modo trasparente le proprie scelte. In questo contesto, l’adozione di politiche ESG non è soltanto una scelta strategica, ma anche una risposta a obblighi regolamentari sempre più precisi.
- Infine, non va sottovalutato il tema reputazionale. I fondi pensione operano in un contesto in cui la fiducia degli iscritti è fondamentale. Dimostrare attenzione ai temi ambientali e sociali può contribuire a rafforzare questa fiducia, migliorando la percezione dell’ente e la sua legittimazione nei confronti degli iscritti.
Critiche e dubbi sugli investimenti sostenibili
Nonostante la crescita degli investimenti ESG tra i fondi pensione, il dibattito resta aperto e, per certi versi, sempre più acceso.
La prima grande criticità riguarda l’assenza di una definizione univoca di sostenibilità: il concetto stesso di “etico” o “sostenibile” è intrinsecamente soggettivo e dipende da sistemi di valori che possono variare significativamente tra individui e contesti culturali. Ciò che per un investitore è sostenibile, per un altro potrebbe non esserlo.
Ad esempio, un investitore molto attento ai criteri ambientali potrebbe considerare sostenibile investire solo in aziende che riducono le emissioni di CO₂ o che puntano sulle energie rinnovabili. Per un altro, però, lo stesso investimento potrebbe non essere ritenuto sostenibile se la produzione di energia “verde” comporta l’installazione di impianti fotovoltaici o eolici che alterano significativamente il paesaggio o l’ambiente locale.
Questo significa che non esiste un portafoglio universalmente sostenibile.
Ne deriva un rischio concreto: prodotti molto diversi tra loro possono essere etichettati come ESG, pur avendo caratteristiche e impatti completamente differenti.
Il secondo punto critico è il fenomeno del “greenwashing”, cioè la tendenza a presentare come sostenibili prodotti che lo sono solo superficialmente.
Lo stesso Regolamento europeo nasce anche per contrastare questo rischio, imponendo obblighi informativi più stringenti. Tuttavia, nella pratica, il problema persiste. In particolare:
- molti fondi articolo 8 si limitano a escludere alcuni settori controversi, senza modificare realmente la struttura del portafoglio;
- la mancanza di standard rigorosi consente ampie interpretazioni;
- i rating ESG possono differire significativamente tra i diversi provider di dati.
Un’altra critica riguarda l’impatto reale degli investimenti sostenibili.
Acquistare azioni di una società “virtuosa” non equivale necessariamente a finanziare attività sostenibili.
Nei mercati secondari, infatti, l’investitore acquista titoli da altri investitori, senza incidere direttamente sul capitale dell’impresa.
Solo spostamenti rilevanti di capitali possono influenzare il prezzo delle azioni e, indirettamente, il costo di eventuali nuove emissioni. In questo modo, l’azienda potrebbe essere incentivata a migliorare il proprio profilo ESG per finanziarsi a condizioni più favorevoli.
Tuttavia, affinché questo meccanismo sia efficace, è generalmente necessaria un’azione coordinata da parte di più investitori istituzionali, con una medesima politica d’investimento e visione d’insieme.
Questo solleva una domanda fondamentale: gli investimenti ESG cambiano davvero il comportamento delle imprese?
L’engagement e il voting, cioè l’attività di dialogo attivo e continuativo con il management delle imprese su temi ESG e l’esercizio dei diritti di voto nelle assemblee degli azionisti, rappresentano strumenti potenzialmente efficaci per orientare il comportamento delle imprese, ma il loro impatto concreto dipende dalla reale volontà degli investitori di utilizzarli in modo attivo e coerente: è necessario che gli investitori partecipino alle assemblee, esercitino sistematicamente i diritti di voto e avviino un dialogo strutturato e continuativo con il management.
Anche in questo caso, l’efficacia aumenta quando tali iniziative sono portate avanti in modo coordinato da più soggetti, così da accrescere il peso negoziale nei confronti delle società.
In assenza di questo impegno concreto, engagement e voting rischiano di rimanere strumenti solo teorici, con un impatto limitato sui comportamenti aziendali.
In tal senso, si segnala il Progetto di Voto Coordinato di Assofondipensione che consente ai fondi pensione negoziali associati di esercitare in modo unificato i diritti di voto nelle assemblee delle società partecipate, focalizzandosi su criteri ambientali, sociali e di governance.
Un tema spesso dibattuto riguarda, poi, la relazione tra sostenibilità e performance.
Molti sostenitori dell’ESG affermano che le aziende più attente ai profili ambientali, sociali e di governance tendano a essere anche più resilienti nel lungo periodo.
L’argomentazione si basa sull’idea che imprese virtuose sotto il profilo ESG siano meglio preparate ad affrontare l’evoluzione normativa, riducano il rischio di sanzioni o contenziosi e risultino meno esposte a danni reputazionali. In questa prospettiva, la sostenibilità non rappresenterebbe un vincolo, ma un fattore in grado di favorire la stabilità e, quindi, la capacità di generare utili sostenibili nel tempo.
Tuttavia, la letteratura empirica non è univocamente concorde su questo aspetto.
In alcuni casi, l’esclusione di interi settori può ridurre la diversificazione e limitare le opportunità di rendimento. Per i fondi pensione, questo tema è particolarmente delicato, poiché la priorità resta la tutela delle prestazioni previdenziali degli iscritti.
Un’ultima critica, più “filosofica” ma non meno rilevante, riguarda la coerenza tra scelte di investimento e comportamenti individuali.
Esiste spesso una contraddizione tra gli ideali che guidano le scelte di investimento e i comportamenti quotidiani.
Da un lato si sostiene, ad esempio, la necessità di ridurre l’esposizione ai combustibili fossili o di escludere società coinvolte nello sfruttamento del lavoro minorile o nei test sugli animali; dall’altro, però, nella vita di tutti i giorni si continua a utilizzare automobili alimentate a benzina o gasolio, ad acquistare beni prodotti in Paesi dove tali pratiche sono diffuse o a non interrogarsi fino in fondo sulle condizioni, talvolta decisamente poco etiche, di intere filiere produttive, come quella dell’industria della carne.
Un altro esempio riguarda il settore tessile e dell’abbigliamento, in particolare le grandi catene di “fast fashion”, che puntano sulla produzione rapida e su larga scala di capi a basso costo.
Una persona attenta alle tematiche ESG può trovarsi di fronte a una contraddizione evidente se continua a fare acquisti in queste catene: spesso la produzione coinvolge manodopera minorile o salari molto bassi in Paesi economicamente svantaggiati, senza contare l’impatto ambientale significativo generato dal ciclo produttivo e dalla logistica.
Questa distanza tra principi e comportamenti non è necessariamente indice di incoerenza individuale, ma riflette piuttosto la complessità del sistema economico in cui viviamo, nel quale è difficile operare scelte completamente allineate a criteri etici senza scendere a compromessi.
Questo pone un problema di fondo: è possibile separare completamente il portafoglio finanziario dal sistema economico in cui viviamo?
Conclusioni: realtà o illusione?
Alla luce dell’analisi svolta, la risposta alla domanda iniziale non può essere netta.
Gli investimenti sostenibili nei fondi pensione sono, senza dubbio, una realtà. I dati mostrano una diffusione ampia e crescente, incentivata da fattori normativi, di mercato e culturali.
La sostenibilità è ormai parte integrante delle politiche di investimento previdenziali.
Allo stesso tempo, però, esistono elementi che ne ridimensionano la portata:
- la mancanza di una definizione univoca;
- il rischio di greenwashing;
- l’incertezza sull’impatto reale;
- le possibili tensioni con gli obiettivi finanziari.
Più che un’illusione, quindi, gli investimenti sostenibili appaiono come una trasformazione in corso, ancora incompleta e in parte ambigua.
Per i fondi pensione, la sfida dei prossimi anni sarà quella di passare da un approccio formale a uno sostanziale, migliorando la qualità delle strategie ESG, la trasparenza verso gli iscritti e la misurabilità dell’impatto.
Solo allora sarà possibile capire se la sostenibilità rappresenta davvero un nuovo paradigma della finanza o semplicemente una sua evoluzione “estetica”.

